Punti di vista da un altro pianeta

sabato 24 dicembre 2011

Il (non)senso degli auguri

Ma qual è il tuo bisogno di fare (o di ricevere) gli auguri, spesso a/da degli sconosciuti che non sai nemmeno che faccia hanno? Addirittura oggigiorno gli auguri ti arrivano da entità incorporee tipo società o negozi. "Tanti auguri da Feltrinelli.it!" Ma che cazzo te ne può fregare degli auguri di Feltrinelli.it? (Mentre gliene frega molto a Feltrinelli.it che in questo modo cerca di entrare in familiarità con te). Lasciando da parte questi casi per certi versi estremi e restando negli auguri di natura "personale", a parte la buona creanza e il fatto che non costa niente - cose che in verità hanno un ruolo niente affatto trascurabile -, qual è lo scopo sociale degli "auguri di Natale"? O anche solo di augurare "buone feste"?

Orbene, non si può negare che già solo per il fatto di essere feste, sono buone (comunque meglio di quando non lo sono). Il fatto poi che un'eventuale sfiga possa essere percepita come peggiore in questo periodo dell'anno, piuttosto che in un altro, è un semplice sintomo di autoreferenzialità dovuta alla stessa (pretesa) "straordinarietà" dei giorni in questione. In altre parole, il fatto che siano considerati giorni speciali, implica la necessità di una sorta di illusoria assicurazione, stipulabile esclusivamente tramite una qualche scaramanzia augurale.

Discorso diverso per gli auguri di Buon Anno, maggiormente concepibili, nonostante la loro palese inefficienza, un po' perché hanno un senso in termini ontologici, ovvero di speranze positive rispetto al ruolo che il destino avrà nelle vite dei protagonisti durante l'arco dell'anno a venire. Ma anche perché il ricevere quel tipo di augurio è semplicemente la testimonianza (vera o ipocritamente presunta) di qualcuno che spera che ti accadano delle cose positive.

Entrambi i casi però hanno qualcosa in comune, ovvero che l'augurio (sincero) trova la sua ragione d'essere più che altro dal rapporto tra il mittente e il destinatario degli auguri, ovvero dalla presenza di qualcuno che in qualche modo ti è vicino o ci tiene a te, al tuo bene e al fatto che tu sia (davvero) felice. Gli auguri sensati restano pertanto solo quelli alle/dalle persone che ottemperano a queste caratteristiche. Tutti gli altri sono solo figli illegittimi di buona educazione.

Per quanto mi riguarda, dunque, rispetto alla misura in cui tengo a voi, cari lettori, ovvero perché siete la ragione per cui questo blog prova ad esistere giorno dopo giorno, auguro a tutti voi di trascorrere le feste in serenità. Vi invito altresì a non illudervi che questo non dipenda affatto da voi.

venerdì 23 dicembre 2011

Crisi, la dittatura della percezione

Alcune sere fa il TG2 manda in onda un servizio della serie "gli italiani al tempo della crisi" - magari l'avete visto anche voi - presentandolo come una (evidente) cartina al tornasole della difficoltà dei tempi. La casa è bella, grande, ordinata. Attraverso le finestre luminose si vede che fuori c'è aria e natura, non smog, né cemento. Si scoprirà dopo qualche manciata di secondi che c'è anche un bel giardino. Davanti al microfono c'è una donna sui quaranta, in un soggiorno chiaro. Alle sue spalle un albero di Natale enorme come una specie di guardia del corpo XXL.

La tipa dice che naturalmente la crisi ha colpito anche loro e che, per esempio, ormai non possono più mandare i figli (se non ricordo male in numero di tre, ma potrei sbagliarmi) alla scuola privata. Ora, con questa maledetta crisi, sono costretti a mandarli alla scuola pubblica! Poi saltella un po' sui soliti luoghi comuni (occhio alla spesa, le uscite al ristorante ecc.), finché la telecamera ci porta in un (bel) giardino e il marito ci mostra l'orto e le galline che contribuiscono a dare un bel risparmio.

Poi il servizio continua mostrando altre famiglie di altri paesi europei. Ne ricordo una di Dublino. Anche qui, siamo nei dintorni della cosiddetta "middle class", bella casa, spaziosa, bei mobili. Il tizio ci spiega più o meno le stesse cose, tranne la faccenda della scuola privata, ma ci sono sempre la spesa, il ristorante, le vacanze. Poi ci aggiunge il mutuo della casa, che adesso fa fatica a pagarlo, ma almeno lui è fortunato che non ha perso il lavoro mentre altri suoi colleghi sì.

Premesso che non è certo un servizio giornalistico che possa essere in grado di fotografare una realtà senza dubbio eterogenea e variegata, la questione va comunque letta sotto un duplice aspetto. Innanzitutto quello che ci dicono le situazioni mostrate e in secondo luogo qual era il messaggio che il TG ha fatto passare. Alla prima istanza, bisognerebbe rispondere che in effetti costoro forse non volano più così in alto come prima, ma da qui a dire che sono davvero "in crisi" (manineicapelli), obiettivamente ce ne passa. Oppure basta ritrovarsi nella necessità di dover rinunciare a una cosa qualsiasi per potersi dire "in crisi"? Alla seconda l'impressione è che il TG abbia fatto passare per crisi qualcosa che crisi non è, in modo da poter far passare il messaggio che poi le cose in fondo non vanno così male.

Di sicuro il concetto di "crisi" non può prescindere dalla percezione soggettiva rispetto all'importanza che ciascuno dà alle "cose" cui eventualmente deve rinunciare ma anche da come i media ce la presentano e ci portano a considerarla, inducendoci a pensare alla crisi come a qualcosa che, di fatto, tocca davvero tutti, non solo chi già viveva vicino alle difficoltà, quelle vere, e che adesso si trova davvero nella merda. Se per la signora è crisi dover mandare i figli alla scuola pubblica, forse per un altro la crisi potrebbe essere dover rinunciare all'abbonamento a Sky Calcio? Ma è vera crisi quella?

mercoledì 21 dicembre 2011

lunedì 19 dicembre 2011

L'ultima conferenza stampa del Prof. Itnom

Entra nel salone con uno sguardo severo, la faccia scolpita nel granito. Si sistema al tavolo dietro ai microfoni con l'espressione di una bistecca che sta per essere messa su una griglia, mentre uno stuolo d'uomini in occhiali da sole e auricolare prendono posizione intorno a lui senza troppa discrezione. Nella platea i giornalisti fremono come un branco di coccodrilli a digiuno. Poi si ode una voce che si schiarisce e un timido: «Okay, possiamo cominciare». Pausa. Frustate di flash. I coccodrilli tengono in caldo le mandibole, mentre dalle finestre proviene il sordo mormorio del moto ondoso della folla in peggioramento. Il Prof. Itnom solleva il bicchiere di carta, illudendosi di farsi un sorso di coraggio.

«Buongiorno a tutti e grazie di essere intervenuti con così poco preavviso.» Già un'altra pausa sorso. Occhi acquosi, vaganti. Non c'è niente di abbastanza consolatorio in giro cui aggrappare lo sguardo. O niente di sufficientemente amichevole cui aver voglia di dare confidenza. «I dati dell'ESCO li avete già sentiti tutti e sono stati confermati stamane. Dunque, nonostante la manovra appena approvata dal Parlamento, per l'anno a venire è previsto un aumento del LIP del 14,4%, che corrisponde a un incremento dei posti di lavoro di almeno 1.800.000 unità nell'arco dell'intero anno.» Brusio. L'eco della voce rimbalza dagli altoparlanti del megaschermo in piazza che segue in diretta la conferenza stampa e fa precipitare le condizioni meteo.

«Posso confermare che, date le circostanze, il governo ha messo in atto tutte le misure possibili e plausibili, compatibilmente con le forze politiche presenti in Parlamento (NdA la maggioranza assoluta di estrema sinistra), che il nostro paese poteva ragionevolmente affrontare. Forse in passato sono stati compiuti degli errori, ma solo chi non agisce, non sbaglia. D'altro canto è anche sotto gli occhi di tutti che la crisi ha una natura globale, basti vedere cosa sta succedendo agli altri paesi dell'unione e agli ASU. Dunque, quello che posso dirvi, oggi, qui, ora, è che la cosa migliore è ammettere di trovarsi in una situazione di (tono funebre) crisi, crisi davvero molto grave.» Pausa sorso. Poi il Prof. Itnom si aggiusta gli occhiali e riprende la ripidissima salita col fiato di uno del tutto fuori allenamento.

«Per questo motivo, il Governo sarà costretto a far approvare una manovra aggiuntiva per aumentare i livello dei consumi obbligatori di beni materiali. In tal senso è allo studio l'introduzione di una diminuzione consistente dell'AVI. È altresì evidente che, nostro malgrado, non potremo sottrarci a un incremento degli orari di lavoro per sopperire all'aumento di richiesta di manodopera industriale. Capisco che per i cittadini un passaggio da venti ore obbligatorie alla settimana, a quaranta, può risultare molto oneroso anche sotto il profilo della qualità della vita, e che questo rischierà di far aumentare gli stipendi medi fino al 150%, ma posso assicurare che il Governo ascolterà le parti sociali e farà ogni sforzo possibile per mantenere la manovra equa. In tal senso il Ministro del Lavoro sta già studiando l'incremento degli stipendi e delle indennità di tutti i dipendenti pubblici, Parlamentari inclusi, come pure un sostanziale abbassamento dell'età pensionabile, nella speranza di invertire la pericolosa e disgraziata tendenza che si profila all'orizzonte del nostro immediato futuro. Grazie.»

Dato il difficile momento, il Prof. Itnom non concede domande. Si alza mentre i coccodrilli stridono protendendo le loro fauci e lui scompare dietro il simbolo dell'Ailati. Il suo braccio destro gli consiglia di aspettare prima di uscire, che la gente digerisca la notizia, che le onde si plachino almeno un po', ma lui scuote la testa, dice di no, dice che vuole metterci la faccia, affrontare la tempesta che si è scatenata fuori dell'edificio. Se vedranno che avrà il coraggio lui, se lo vedranno uscire a testa alta, lo rispetteranno e si faranno coraggio anche loro. Ma le condizioni, fuori, sono davvero difficili, troppo difficili e gli uomini con gli occhiali da sole lo perdono quasi subito di vista. Il Prof. Itnom scompare tra i cavalloni di carne, mani tese, urla, insulti e striscioni. Nessuno lo vedrà più. Molte cose possono essere in qualche modo fatte digerire al popolo, magari anche grazie a un'oculata politica di (dis)informazione, ma la Crescita, oddio, quella proprio no.

[Credits: il Monti in versione Ultimatum alla Terra è di Lameduck.]

venerdì 16 dicembre 2011

Il libro ai tempi dell'e-book

Sono certo che voi, amanti del libro tradizionale, dei suoi seducenti fruscii cartacei e dei suoi inebrianti profumi polverosi, voi che non avete paura di montare sempre nuove mensole in casa (a quote sempre più alte!), voi professionisti dello slalom speciale tra le pile in soggiorno, potete dormire sonni tranquilli: il libro non sparirà! Non tanto facilmente, almeno. Il libro non farà la fine dell'LP, praticamente estinto in meno di un anno gioviano, e oggi tenuto in vita ormai solo da rarissime edizioni a beneficio di una ristretta cerchia di inguaribili nostalgici oltranzisti.

Il libro è un albero dalle radici che vanno fino al centro della Terra. Il libro ha una storia che si spinge molto più indietro della rivoluzione rinascimentale di Gutenberg. Il libro, quello con le tavolette di argilla e cera, quello in rotoli o con le pagine, di papiro o pergamena, fa parte integrante della Storia dell'Uomo al pari della scrittura. Dunque il libro, nelle sue varie forme materiali, di secoli sulle spalle ne ha più di venti e non è certo l'età a logorarlo, piuttosto gli sciagurati derelitti che non ne fanno uso. È quindi più che ragionevole pensare che il suo abbandono non potrà avvenire in maniera così semplice o sommaria come accadde per l'LP in vinile o, prima ancora, in gommalacca, che aveva solo poco più di un secolo di vita quando venne sfrattato dal CD. Ma forse non avverrà affatto.

Di certo però un cambiamento ci sarà. Anzi, in realtà il cambiamento è già in atto. Perché la produzione del libro ha dei costi di materiali, di stampa, di immagazzinamento, di distribuzione che in un'impresa commerciale qual è quella dell'editoria non possono essere trascurabili e che, sommati alle caratteristiche innovative del libro elettronico, rendono questa nuova forma di diffusione della parola scritta quanto mai appetibile anche dal mercato. E se il mercato approva un oggetto o un sistema, potete giurare che in qualche modo quell'oggetto o quel sistema si diffonderanno.

Quindi se da un lato potete stare tranquilli che il libro fisico non sparirà tanto in fretta, dall'altro potere stare certi, che l'e-book è destinato a prendere sempre più campo. Ma se sulla didattica e la saggistica abbiamo già detto, cosa succederà alla narrativa? I più sostengono che sarà proprio la narrativa l'ultimo baluardo dentro cui si arroccherà il libro cartaceo, per ripararsi dall'assedio della sua versione elettronica. Ed è anche assai ragionevole pensare, come suggerito da abo nel suo commento al mio post precedente, che tenderanno a sopravvivere in forma cartacea le edizioni di pregio, mentre i tascabili, le edizioni economiche, la letteratura di consumo, quella del mass-market, tenderà a essere direttamente uploadata dentro gli e-reader, con buona pace delle edicole e degli scaffali dei supermercati.

Sono d'accordo su questo. Ma penso (anzi, spero) che si possa andare oltre e che il processo possa anche fungere all'inverso. Ovvero che l'inerzia del mercato e degli utenti a voler mantenere in vita le suggestioni dei fruscii e dei profumi del libro cartaceo, tenderà a influire sulle edizioni, non solo su quelle di pregio, ma anche sui tascabili, magari non tutti, magari non Moccia e Fabio Volo (dio-mio-ti-prego-no!), e si adopererà per migliorarle, per spingere la creatività nella direzione di renderle ancora più belle, più accattivanti, in una parola più deliziose, anche a costo di farle costare un po' di più. Un po' come dicevo nel caso del libro di Dubus, che può essere considerato di fatto un vero e proprio tascabile di gran pregio. Le librerie dunque saranno destinate a tenere forse un po' meno libri, ma decisamente ancora più belli di oggi, forse addirittura solo quelli belli. E per chi ama la materialità del libro non è mica un brutto futuro, no?

lunedì 12 dicembre 2011

La crema elettronica e l'inchiostro chantilly

Se ne dicono di cose sugli e-book. Ne ho già scritte alcune anch'io, magari cadendo pure in contraddizione. Perché gli argomenti a riguardo sono controversi e dovrebbero essere affrontati con oggettività, senza romanticismi o emotività, spogliandosi il più possibile dalle rigide programmazioni delle nostre abitudini. Ci sono quelli, ovvi, sul risparmio di milioni di tonnellate di carta. E ci sono quelli, abbastanza inoppugnabili, che vedono un futuro degli e-book legato soprattutto alla didattica. Nessuno potrà negare il passo avanti (non solo osteoarticolare) nell'evitare una gioventù di zaini piombati da libri e dizionari. Lo stesso vale per la fredda manualistica e l'editoria tecnica. Nessuno rimpiangerà l'odore della carta nel leggere un manuale di Visual Basic o di Python su un e-reader, ma nemmeno un articolo di psicoterapia transculturale. Le cose però si fanno più complicate quando ci si trova a parlare di e-book e narrativa, ovvero quando nell'atto del leggere ci sono di mezzo le suggestioni dell'immaginazione.

Questa considerazione mi è sorta mentre leggevo Voci dalla luna, di cui ho parlato nel mio precedente post, romanzo breve di Andre Dubus edito da Mattioli 1885 in un'edizione davvero deliziosa. Ebbene, quando ho preso in mano questo libro, non ho potuto fare a meno dal provare un piacere fisico per quell'oggetto. Per la scelta della copertina in cartone opaco martellato che coccola i polpastrelli, per l'ossimoro degli angoli arrotondati delle pagine che ti vien voglia di accarezzarli, per la tonalità dolce della carta come una crema chantilly, per la sorpresa del carattere tipografico come un panorama inedito dietro una curva, per l'impaginazione che ti fa respirare. Piaceri che di certo non avrei provato se l'avessi avuto in formato e-book.

Aggiungo che queste considerazioni provengono da un feticista del libro, da uno che i libri li legge ma li rimette a posto che non sembrano neanche stati aperti, da uno che i libri non li presta neanche sotto tortura. Così mi sono chiesto se la mia lettura del libro di Dubus e la mia assai elevata considerazione di esso si siano giovate di una sorta di super additivo dovuto alla materialità del libro. In fondo la storia è la storia, no? I concetti sono sempre i concetti, no? Le emozioni che trasmettono le parole sono le stesse, perché le parole sono le stesse anche lette mediante uno schermo e-ink, no? No. E sì. Cioè, ci sono a mio avviso due considerazioni da fare. La prima è una metafora. Perché mai quando consideriamo i piaceri del gusto ci pare ovvio che "anche l'occhio vuole la sua parte", mentre per i piaceri della mente dovremmo sbattercene? Dell'occhio, come pure di tutti gli altri sensi (ovvero appiattirli sui sensi sempre uguali restituiti dall'e-reader)? La seconda è legata a quella che potrebbe essere un'associazione implicita e istintiva tipica del lettore. Nel suo essere fisico, il libro esiste, e se il libro ci parla di vita, tutta la vita di cui parla esiste un po' di più se possiamo toccarla.

Ebbene, tutte queste considerazioni sembrerebbero farci fuggire a gambe levate dall'e-book. Tuttavia non credo che sia così. Anzi, queste riflessioni mi hanno portato a una conclusione a mio avviso la più sensata e ragionevole possibile, che potrebbe mostrarci un interessante orizzonte (editoriale) per il futuro. Vediamo se qualcuno di voi ci arriva. Ne parliamo comunque nel prossimo post.

/continua

venerdì 9 dicembre 2011

Se volete comprare un libro, compratene uno (davvero) bello

Il minimalismo, quello alla Carver per capirsi, mi ha sempre dato un po’ fastidio. Nel senso che tranne in casi (pochi) particolarmente felici, l’ho sempre trovato insipido. Queste storie di provincia, di gente qualunque, vicende familiari, questioni di lavoro, di corna, di figli incasinati e genitori a quadretti, di alcool e bugie, di rinunce e mancanze, di sogni infranti, disperazioni assortite e rapporti difficili, immerse come olive in salamoia in una quotidianità prosaica di temi e di stili, quelle cose che in qualche misura presto o tardi toccano a tutti nel nostro giocare alla spietata ruota del destino, non mi hanno mai fatto impazzire. È un po' la stessa cosa che mi accade con il verismo italiano, di cui il minimalismo è (forse) la versione riveduta e corretta dalla lezione americana della modernità.

Ho il sospetto che mi succeda perché dalla letteratura mi piace ricevere qualcosa che in qualche modo mi faccia scavalcare la realtà quotidiana, giusto perché forse quella possiamo vederla letta tutti i giorni già dalla nostra pelle. Non parlo però di qualcosa che mi parli per forza di mondi alternativi o distanti, dunque non mi riferisco alla fantascienza o al fantasy, ma anche nell'ambito del cosiddetto mainstream tendo ad aver bisogno di alterità, nei temi, negli stili, nel respiro. Per dire, Franzen è uno scrittore quantomai radicato nella realtà del nostro tempo, eppure le sue storie, ancorché familiari, mostrano - per così dire - intorno a loro unorizzonte più vasto. Ecco, però... Sì, ebbene sì, c'è un però.

È il meraviglioso però di doversi ricredere, di scoprire che le nostre convinzioni possono cedere il passo a qualcosa di nuovo, che è sempre un azzardo assurdo generalizzare e che bisogna sempre avere il coraggio di aprire qualche porta nuova e vedere che cosa c'è di là. Nella fattispecie mi è successo quando mi è stato (caldamente) consigliato di dare un’occhiata a tal Andre Dubus grazie al quale, ormai l'avrete capito anche voi, la mia visione è (per fortuna) cambiata.

Autore americano, classe 1936, scomparso nel 1999 a soli 62 anni, dopo una vita molto travagliata (gli ultimi tredici anni li trascorse paralizzato dopo aver subito un investimento da un'automobile che lo travolse dopo che si era fermato a sua volta a prestare soccorso a due persone vittime di un incidente stradale), Andre Dubus è dunque scrittore contemporaneo, e riesce a esserlo con finezza e sensibilità davvero rare. Maestro in quella misura un po’ atipica della narrazione che è la novella, ovvero il romanzobreve, nello sfolgorante Voci dalla luna Dubus entra nella giornata cruciale di una famiglia che deve affrontare i risvolti di una crisi appena scoppiata, quella del padre (divorziato) che rivela al figlio maggiore (divorziato pure lui) che intende sposare la sua ex-moglie, del figlio intendo, ovvero la sua ex-nuora.

Il racconto di Dubus segue così lo svolgersi di questa giornata difficile vista a turno dalla prospettiva dei cinque familiari che si trovano a confronto con questa nuova situazione familiare rivelata, Greg (padre), Joan (madre), Larry (figlio maggiore), Brenda (ex-moglie di Larry e nuova fidanzata di Greg), Carol (figlia) e Richie (figlio minore), quest'ultimo occhio privilegiato del libro, essendo quello da cui tutto parte e quello cui tutto arriva, un dodicenne devoto che ha già deciso di farsi prete, ma che proprio in questa giornata iniziatoria scoprirà quanto i territori dell'esistenza non siano mai così piani e semplici e definiti come un ragazzino si può aspettare, e che le scelte della vita sanno essere complesse e contraddittorie, come sa esserlo forse solo l'amore.

E dentro le centoventi pagine di narrazione, Dubus mette tutta la sensibilità di un'arte letteraria precisa, cristallina, distillata che trova il suo apice di poesia e leggerezza, nel capitolo incentrato sulla madre Joan, ormai divorziata dal marito e da lui distante, la quale riceve la visita di Larry, il figlio "tradito" dal padre, che non solo si scopa la sua ex-nuora, ma se la vuole addirittura sposare. Ed è qui che il libro, dall'apparire triste affresco di una vicenda di personaggi tormentati in baliadelle inevitabili correnti dei loro sentimenti e dei contrasti e dei dolori che queste arrecano loro, assume un altro più sorprendente significato, come viene fatto osservare nella (molto) bella postfazione del volume: quello di un piccolo straordinario libro sulla filosofia e la gioia del vivere. Un libro che nella misura in cui riuscirà a farvi tremare dentro (con me c'è riuscito e si sa che noi marziani non siamo affatto facili alla commozione), difficilmente riuscirete a dimenticare.

Aggiungo (doverosamente) due parole sull'edizione Mattioli 1885, editore che ha avuto la competenza di scoprire e il coraggio di proporre al pubblico italiano questo autore altrimenti destinato a restare nell'ombra. Ebbene il libro ha un prezzo non proprio economico per 134 pagine in formato che si può considerare tascabile (17,90€), ma l'edizione è elegante e curatissima, una goduria per gli occhi e per il tatto, praticamente un inno al libro cartaceo. Insomma, li vale, fuori e dentro, grazie anche alla traduzione di prim'ordine di Nicola Manuppelli (sua anche la bella prefazione). Insomma, prima compratene una copia per voi e poi compratene un'altra e regalatela a qualcuno che volete che sia felice.

La quarta di copertina:
"Quando sono sola la notte - e mi piace esserlo - guardo fuori dalla finestra e capisco. Il nostro compito non è vivere grandi vite, il nostro compito è capire e portare avanti le vite che abbiamo. Vedo che sorridi ancora. E hai ancora gli occhi umidi. Asciugateli in fretta, prima che le mie amiche pensino che è successo qualcosa di brutto."
Voci dalla luna, Andre Dubus (Ed. Mattioli 1885)

lunedì 5 dicembre 2011

Patrimoniale del mio cuor!


Sarei stato disposto a scommetterci su che, a dispetto delle promesse e delle proposte, sindacati e sinistra radicale avrebbero detto che la Manovra non sarebbe stata "equa". Del resto non si deve dimenticare che il Parlamento è sempre quello, e questo significa che i rami dei voti che devono approvare la Manovra attingono sempre alle radici di un mese fa. Era dunque da illusi pensare che un Parlamento berlusconiano, ancorché un po' azzoppato, potesse finire per approvare qualcosa di troppo schierato a mancina. Così, dopo aver letto che non ci sarà alcuna Patrimoniale, ma solo una tassa una-tantum dell'1.5% sui capitali scudati che erano stati fatti rientrare dall'estero, penso che alla fine la cosa davvero più equa che avrebbero potuto fare (a parte la reintroduzione dell'ICI che peraltro sembra che vogliano fare), sarebbe stato fare quello che fece Amato nel luglio del 1992.

Ecco, lo sapevo. Perché fate tutti quelle smorfie? Parliamone. L'11 luglio 1992 il Governo Amato dispose il prelievo forzoso di una certa percentuale di quanto depositato in tutti i conti correnti italiani per risollevare le sorti dello Stato. Si gridò, ovviamente, allo scandalo. Ma che cosa che c'è davvero di male? Ditemelo, vi prego. Spiegatelo a questo povero marziano qui. Cos'è che vi darebbe fastidio di un provvedimento del genere?

Provo a usare il cervello. Fatelo anche voi. Dunque, così a occhio direi che: o ritenete che non sarebbe abbastanza equo, oppure pensate che sarebbe troppo oneroso e rischierebbe di mandarvi in crisi l'esistenza, oppure entrambe le cose. Oppure, ancora, più semplicemente vi dà fastidio il modo, ovvero il fatto che verrebbero a prenderveli nel vostro conto corrente senza dirvelo prima, anzi addirittura retroattivamente!, come se avessero fatto irruzione in casa vostra come ladri e avessero messo le mani direttamente dentro al vostro portafoglio lasciato incustodito sul comodino, senza dunque suonare il campanello e chiedere prima «È permesso?» e poi «Per favore».

A tale proposito credo che valga la pena fare qualche semplice calcolo. Dunque, all'epoca di Amato il prelievo fu del 6 x 1000. Il 6 x 1000 significa che se sul conto avevate 5.000.000 di lire, vi prendevano 30.000 lire. Allo stesso modo, se lo facessero oggi negli stessi termini, e voi sul conto aveste, mettiamo, 10.000 €, vi preleverebbero 60 €. Ma di certo andrebbero a mettere le mani anche dentro i conti correnti delle società e dei ricchi, dei ricconi e dei riccastri.

Sapete dunque che vi dico? Che non credo che una tassa come questa vi possa stare sulle palle per la sua arbitrarietà (tutte le tasse lo sono), o per il fastidio del suo contraccolpo economico (tutte le tasse lo hanno). E se invece una tassa come questa vi stesse sulle palle solo perché è troppo equa e democratica e non vi dà la possibilità di sentirvi buoni cittadini perché non potete decidere di non evaderla?

giovedì 1 dicembre 2011

Pensioni: l'ufficio come casa di riposo

Innanzitutto potete scommetterci che, prima di arrivare a settant'anni, chi oggi ne ha quaranta si ritroverà allontanato il traguardo-pensione ancora di un bel po’. Così è sempre più probabile che chi oggi ha quarant'anni dovrà lavorare più o meno fino al 2050, ovvero fino a quasi allo spegnimento delle ottanta candeline. D'altro canto c'è di mezzo la faccenda dell'aspettativa di vita, ovvero al fatto che se statisticamente si vive (sempre) più a lungo, pare conseguenza più che logica - almeno ai coccodrilli del capitalismo - che si debba in proporzione lavorare (sempre) più a lungo. Quindi se lavori più a lungo, significa che vivi più a lungo. E non sei contento di vivere più a lungo?!

Nel contempo questo però significa anche una tra due cose possibili: o l'azienda per cui lavori-lavori-lavori riuscirà a incrementare con successo la sua produttività, ovvero a crescere (pertanto riuscendo anche a stare sul mercato con tutto quello che questo significa) al punto da avere necessità, o almeno la possibilità, di assumere dei giovani e quindi - nell'ipotesi in cui ogni dipendente over 60 abbia in media un figlio in età lavorativa - riuscire a espandersi raddoppiando più o meno i suoi impiegati (= 1 nuovo junior x 1 vecchio senior), oppure non ci riuscirà e con questi accorgimenti va da sé che le difficoltà per le nuove generazioni di costruirsi in qualche modo una vita dignitosa saranno destinate a scavalcare i disperati steccati dell'utopia.

Poi può anche darsi che abbia fatto qualche errore di ragionamento, o non abbia tenuto conto di qualche fattore determinante (in entrambi i casi vi prego di segnalarmelo). Ma se così non è, mi pare evidente che l'annosa faccenda delle pensioni da riformare inevitabilmente sempre al rialzo, come un'asta arbitraria in cui sono messe in vendita le vite di milioni di persone, sia un'altra, l'ennesima cartina al tornasole della palese insostenibilità del sistema nel medio/lungo periodo. E non crogiolatevi nell'illusione che sia un problema (tutto) italiano, per la faccenda della casta, degli sprechi, della disonestà eccetera eccetera. Tutti questi aspetti senza dubbio accentuano le carenze e peggiorano la situazione, ma il problema sussiste anche per gli altri paesi europei certo più virtuosi dell'Italia, e per questo assume la fisionomia di un'epidemia intrinseca, propria dunque del sistema.

Quindi fatevene una ragione: la coperta è molto corta, ma la soluzione è molto semplice. Dovete solo scegliere che cosa lasciare scoperto.
E amputarlo.

lunedì 28 novembre 2011

Se con l'e-book mi diventi cieco


Nel senso che ti può capitare di entrare in un libreria che da fuori sembra tale quale le altre. Libri in quantità. Per lo più i soliti titoli messi in evidenza sui banconi vicino all'ingresso, quelli più gettonati. I soliti autori. Le solite case editrici potenti e padrone del mercato. Ma non è tanto questo il punto. Perché se ti dai la pena di andare a cercare negli scaffali più reconditi, quelli vicini alla porta del bagno, quelli nascosti dietro le colonne, trovi anche i libri di nicchia, quelli più rari, le case editrici di frontiera, autori sconosciuti, ma non per questo meno interessanti, anzi spesso di più, sperimentalisti e spavaldi. Ma non è neppure questo il punto.

Il punto lo capisci quando provi a prendere in mano un libro. La copertina è come tutte le altre, ma a te piace leggere gli incipit per farti dare una suggestione, un'impressione di stile, come un'annusata a occhi chiusi su un piatto che non hai mai mangiato prima. È un modo come un altro per decidere se acquistare un libro, no? Quindi lo apri e lì. Rimani. Di sasso. Le pagine del libro sono bianche. Ma tutte, che diamine! Immacolate come neve. Neanche un'ombra di nero. È evidente che quelle pagine non hanno mai visto l'inchiostro neanche nei contenitori. Curioso, davvero. Così ti dici che probabilmente quella copia ha avuto qualche problema in tipografia. Così provi quella sotto. Identica. E così pure tutte quelle della pila. Quasi surreale, come in uno di quei racconti di Borges.

Stai già per chiamare uno dei commessi per fare rilevare loro l'imbarazzante problema, quando - chissà perché - ti viene lo scrupolo di prendere in mano un altro libro. Altro autore. Altro editore. Ma, accidenti!, stesso biancore. Poi senti uno dietro di te che chiede permesso. Tu ti sposti e vedi lui, un tizo allampanato con un paio di occhiali dalla montatura blu, che allunga una mano e prende uno dei libri della pila che hai appena esaminato. Lo sfoglia. Annuisce tra sé e se lo porta via soddisfatto. «Ma...» abbozzi tu, che lui è già alla cassa. Così fai presto a renderti conto che tutti i libri sono così. Sono bianchi. Eppure i clienti li guardano, li prendono, li sfogliano, li comprano. Che razza di libreria è questa? Sono tutti pazzi?! O forse è in te che c'è qualcosa che non va? È chiaro che, delle due, la statistica fa propendere per quest'ultima ipotesi.

Eppure ci vedi benissimo. Non hai mai avuto problemi. Ti guardi le mani, i palmi, i dorsi. Ti guardi intorno. Forme, colori, tutto è perfetto come sempre. Non ti bruciano nemmeno gli occhi. Poi improvvisamente noti due stranezze. La prima è che tutti i clienti portano un paio di occhiali. La seconda è che gli occhiali sono tutti identici. Adesso che ci fai caso, c'è anche uno scaffale dove quegli occhiali sono persino in vendita. E così scopri con una certa sorpresa che per leggere i libri di questa libreria sei obbligato a comprare un paio di quegli occhiali, i suoi occhiali, che solo lei vende. Perché con gli altri occhiali, questi libri non li puoi leggere. Sì, ti spiegano poi, che in realtà esistono lenti accessorie che riescono a far leggere questi libri anche con altri occhiali, ma l'ostacolo resta e loro, che ce lo hanno messo, lo sanno bene.

Quella che osservi è una sorta di mutazione degli attributi del libro, dunque anche della sua essenza. Una volta il libro, pur anche nella sua prosaica sostanza commerciale, era comunque un oggetto unico, identico, globale, standardizzato, democratico. Qualunque libreria scegliessi per comprarlo, lo trovavi sempre uguale e identico a se stesso. Con l'e-book, invece, questo non accade più. Perché contrariamente a quello che è accaduto con la musica , in cui l'mp3 è stato fin dagli albori un formato condiviso da tutti, lo stesso non si può dire per il libro, dove non esiste un unico standard, bensì convivono ancora più formati di cui, almeno uno, proprietario al 100%. Così se compri un e-book da Amazon e hai  - per dire - il lettore della Sony, non potrai leggere il libro (almeno senza quei filtri accessori di cui sopra). Viceversa se compri un e-book da IBS, se hai il lettore di Amazon sei fregato.

Ora, non si può dire se ciò contribuirà a penalizzare la diffusione della cultura. Non si può esserne certi. E questo, non va dimenticato, è comunque solo uno degli aspetti del fenomeno e-book, che dunque non può essere l'unico discriminante nel giudizio. D'altro canto è anche vero che forse sono solo i modi che stanno cambiando e i cambiamenti bisogna digerirli e assimiliarli, sapendosi adattare a essi. Però è un dato di fatto che, in base a come l'e-book è evoluto, per lo meno finora, l'oggetto-libro ha acquisito suo malgrado, che ci piaccia o no, un ulteriore attributo di produttività e di mercato. Ma questo non è nemmeno così tragico. Quel che è peggio è che per fare spazio a questo ne ha dovuto cedere uno di democrazia e di libertà.

venerdì 25 novembre 2011

La decrescita comincia in e-book

Eccolo qua! Come promesso, il Libretto verde è un e-book. Per ora è scaricabile solo in formato pdf. Ma presto (ovvero quando avrò capito come impaginare il testo in maniera corretta) vorrei mettere a disposizione anche il formato ePub, mobi e magari anche Kindle, per chi è dotato di e-reader.

Il libretto è pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 3.0 Italia, quindi è distribuibile, utilizzabile e modificabile a vostro piacimento, a patto di non utilizzarlo per scopi di lucro, di citare l'autore originale e di ridistribuirlo sempre con le stesse modalità.

Intanto, se avete voglia, dategli un'occhiata. Mi farà piacere ricevere le vostre impressioni.

Libretto verde - Download .pdf

lunedì 21 novembre 2011

Delle nubi all'orizzonte (un po' introduzione e un po' intenzione)

Per cercare di non far scivolare tutto il lavoro fatto di recente nella deriva del tempo della rete, che sorvola le cose e dimentica in fretta, e confortato anche dall'interesse suscitato sia qui, che su Facebook, ho pensato di raccogliere tutti i post sulla Decrescita pubblicati in queste ultime tre settimane in un piccolo e-book scaricabile gratuitamente dal blog in vari formati.

Datemi dunque qualche giorno per organizzarmi e per prepararlo.

Nel frattempo vi anticipo qui sotto l'introduzione e, a lato, la bozza della copertina. A tale riguardo non sono del tutto sicuro del titolo. Per coerenza rispetto a quanto esposto qualche giorno fa, non volevo che ci fosse dentro la parola "decrescita", ma nemmeno "sviluppo sostenibile". Se dunque vorrete darmi i vostri pareri, opinioni o consigli in merito, sarete i benvenuti.

Ed ecco l'intro:

"Qualcosa sta accadendo. Se ne vedono i profili aguzzi all'orizzonte, come una sorta di minacciosa silhouette d'inchiostro in continuo movimento. Non si capisce ancora di preciso di che cosa si tratti e, soprattutto, quale portata possa avere, ma è da ottusi negare, fare finta di niente, o affidarsi all'ottimismo, pensando che il vento cambierà e l'allontanerà dalla costa, solo per adottare un alibi confortevole che eviti di pensare al peggio. Del resto non serve nemmeno l'occhio di un esperto per intuire che quelle avvisaglie non parlano di giornate da gita fuori porta e notti stellate in riva al mare.

Qualcosa sta accadendo. Perché questi non sono Tempi Normali, sempre che Tempi Normali nella storia siano mai esistiti. Eppure adesso si percepisce nell'aria qualcosa di veramente nuovo, come il profumo di una consapevolezza inedita, che forse molti non hanno ancora razionalizzato o assimilato, ma che iniziano a sentire come istanza che si fa strada, magari non del tutto definita nei suoi contorni, ma sempre più pressante e sempre più ineludibile. Lo si vede dai movimenti che fioriscono spontanei in tutto l'occidente, lo si vede dalla partecipazione alle manifestazioni e dalla loro frequenza, lo si capisce dai discorsi nei social media. E ogni giorno che passa lo si può (o meglio lo si deve) ignorare sempre meno.

Qualcosa sta accadendo. In Italia e nel mondo. E non c'è dubbio che abbia ha a che fare con un'esigenza condivisa. È probabile che ciascun individuo senta l'urgenza a modo suo, che la interpreti secondo la sua personale prospettiva di vedere la vita, in base alla sua cultura, alle sue tradizioni, alla sua condizione economica e sociale, ma il dato di fatto, se te ne vai in giro a osservare e ascoltare, è che la gente parla sempre più di cambiamento. Cambiamento in generale, perché semplicemente il sistema non ce la fa più. La gente sente che qualcosa in qualche modo si sta spezzando. Un semplice equilibrio che comincia a vacillare. E se la Terra se ne sta accorgendo dal punto di vista ecologico, chi è dotato di maggiore sensibilità, comincia a rendersene conto anche in termini psicologici e sociali, individuali e collettivi. E in tutto questo il punto difficile da smentire è: «Non si potrà andare avanti così ancora a lungo».

Qualcosa sta accadendo. Perché l'impressione è che un vento di cambiamento così sovranazionale, trasversale e generalizzato non si sia mai sentito, almeno non in tempi recenti. Forse davvero mai. Non è detto che queste energie remino tutte nella stessa direzione, anzi probabilmente non è così. Spesso queste forze spingono in direzioni opposte, ognuna inseguendo una propria traccia di filosofia o di convenienza (o entrambe), con il risultato di non riuscire a spostare di molto il baricentro della società. Eppure i segnali che indicano una strada privilegiata a mio avviso ci sono, come i funghi colorati che punteggiano i margini di una pista di decollo immersa in una nebbia uniforme.

Qualcosa sta accadendo. Ma la difficoltà è catalizzare e dare consapevolezza e orientamento comuni a tutte queste energie, affinché qualcosa di buono accada sul serio. E questo si può fare solo con la cultura e la conoscenza, l'informazione e lo stimolo alla riflessione e alla partecipazione. Questo è il motivo per cui è nato questo piccolo Libretto verde, che raccoglie una serie di note monografiche pubblicate a puntate sul blog Il grande marziano tra ottobre e novembre 2011, in merito alla Filosofia della Decrescita, forse l'unica soluzione vera, seria, ragionevole, pratica, attuabile e lungimirante rispetto ai problemi che stiamo vedendo addensarsi all'orizzonte e che sono già in viaggio verso di noi. Il proposito è dunque quello di dare uno strumento informativo agile, semplice, breve, facilmente distribuibile e, soprattutto, gratuito che contribuisca a proporre i concetti dell'unico cambiamento possibile, cercando di alimentarne la riflessione. Perché è solo dalla cultura che questo cambiamento potrà cominciare e diffondersi, perché si tratta di un cambiamento che non può prescindere dal rinnovamento delle coscienze di chi lo desidera e lo deve (e lo può) cominciare a realizzare.

Qualcosa sta accadendo. E se siete qui, forse è perché state cominciando ad accorgervene anche voi. Ma qui dentro non troverete soluzioni liofilizzate, né presunzione di completezza o di esaustività, bensì le informazioni minime necessarie, qualche idea su cui ragionare e, soprattutto (ed è quello che spero), una manciata di stimoli che vi spingano ad approfondire l'argomento, a pensare che vale la pena rifletterci su, perché forse in questa proposta di cambiamento c'è davvero qualcosa di buono, qualcosa che vale la pena di fare proprio, facendolo diventare qualcosa di più dei buoni propositi e delle belle parole che svaniscono insieme con la chiusura del libro, come nuvole di un profumo inebriante al fiuto, ma che non vi sognereste mai di spruzzarvi dietro alle orecchie.

Qualcosa sta accadendo. Qualcosa accadrà, presto o tardi, su questo potete giurarci. E sarà comunque un cambiamento sociale forte, radicale, epocale, globale. Sta dunque a noi capire se esserne soggetti attivi e provare a farlo controllandolo secondo le modalità nostre, o lasciare invece che le cose vadano per conto loro e il sistema ci travolga secondo i capricci suoi, lasciandoci in balìa di un destino che non abbiamo voluto e che dovremo subire, probabilmente - a quel punto - senza poterci fare granché.

Qualcosa sta accadendo. Siamo ancora in tempo.

Facciamolo accadere noi."

venerdì 18 novembre 2011

La ri(e)voluzione della specie

L'altro aspetto (forse il peggiore di tutti) che penalizza la Filosofia della Decrescita è il suo essere in controtendenza rispetto alle inclinazioni (animali) insite nella natura umana. Difatti come non riconoscere che queste ultime sono quelle maggiormente assecondate dal sistema ultraliberista dell'economia di mercato, dello sviluppo, del profitto, della ricchezza oltre misura, dell'iperbenessere e del Tutto-Intorno-A-Te? Come può dunque, in condizioni più o meno normali, la decrescita competere con un sistema che, seppure mostrando preoccupanti segni di cedimento, riesce ancora (almeno nel breve o brevissimo periodo) a propinare con una qualche vaga credibilità, complice il sistema autoreferenziale dei media, miraggi luccicanti di un futuro fatto di automobili volanti, divani antigravitazionali, merendine neurotoniche, televisioni inebrianti e biancheria intima autocarrozzante?

Ma quel che è peggio, non è tanto il fatto che la decrescita predichi una sobrietà e una lungimiranza a un mondo in cui la sobrietà è stata gettata a marcire negli abissi fetidi delle discariche di rifiuti del Terzo Mondo, e la lungimiranza è stata svenduta alle compagnie che sfruttano e vessano i loro dipendenti (anche minorenni) rendendoli di fatto gli schiavi del nuovo millennio. No. Il peggio è il fatto che la decrescita richiede impegno, attività e partecipazione. La decrescita impone all'individuo di tornare innanzitutto a essere cittadino e dunque individuo responsabile che fa parte di una comunità che potrà avere un futuro non tanto a partire dalle iniziative individualistiche, quanto dalle scelte condivise. La decrescita sollecita il singolo ad alzarsi dalla comoda poltrona di una vita fatta di abbonamenti e punti premio, di partite di calcio e di grandi fratelli, e di fare propria la lungimiranza di pensare che il futuro proprio e dei propri figli stavolta dipende solo e soltanto, più di ogni altra cosa, da quello che farà lui oggi.

La decrescita chiede innanzitutto all'individuo di lasciare da parte le pantofole e mettersi in marcia per farsi parte attiva del cambiamento, perché è da lì che tutto deve cominciare. Quando si parla di decrescita, il cittadino deve smetterla di demandare il suo futuro alla X su una scheda elettorale, pensando di aver così esaurito il suo compito all'interno della comunità: la politica non ha mai aggiustato le cose (a meno - forse - di non aver toccato veramente il fondo) e tantomeno potrà farlo oggi (a meno - forse - di non toccare veramente il fondo). Ed è da questo punto di vista che il cambiamento della decrescita può davvero essere chiamato "rivoluzione", l'unica auspicabile, l'unica pacifica, l'unica possibile, ma solo e soltanto dentro una condivisione il più allargata possibile. Perché il cambiamento invocato dalla "decrescita serena" chiede alle persone di rimboccarsi le maniche e di diventare, a tutti i livelli, ciascuno nel suo piccolo ambito, ciascuno con il suo impegno, ciascuno con il suo esempio, uno che ci mette del suo, uno che agisce per cambiare le cose, dunque - di fatto - un rivoluzionario.

La difficoltà (e parte della mia mancanza di ottimismo a riguardo, o forse dovrei chiamarlo semplicemente realismo?) risiede nel fatto che se una volta bastava una sola, grande personalità rivoluzionaria per coinvolgere la massa nell'inseguimento di un ideale forte di cambiamento, oggi la rivoluzione della decrescita funzionerà solo se ciascuno si farà rivoluzionario nella consapevolezza consolatoria che, mal che vada, la raggiunta maggiore sostenibilità della propria vita gli potrà essere motivo di salvezza se (quando?) il sistema crollerà imponendo comunque con la forza (ovvero tutta d'un colpo) quella medesima decrescita che la comunità non avrà saputo scegliersi in maniera ragionevole e programmata.

La Filosofia della Decrescita chiede dunque all'uomo di fare qualcosa di equivalente a un vero e proprio salto evolutivo di pensiero, un salto che nell'azione sarà capace di premiarlo in termini di selezione naturale e dunque in termini di maggiori capacità di sopravvivenza in quello che sarà l'ambiente sociale di domani e, soprattutto, di maggiore felicità.

Voi la state prendendo la rincorsa?

/fine (almeno per ora)

mercoledì 16 novembre 2011

Della grandezza (e della tenerezza) del Mago

C'è quel luogo un tantino comune in base al quale dietro ogni grande uomo ci dovrebbe essere una grande donna. Colei che sta dietro le quinte, ma la cui presenza è fondamentale. Colei senza la quale niente potrebbe essere o tutto sarebbe diverso (e dunque peggiore). Taluni la chiamano la musa. Eppure in questo caso ho l'impressione che sia proprio così. O almeno che se lei non ci fosse stata, noi tutti non avremmo di lui l'immagine che abbiamo. Forse non avremmo nemmeno tutti quei grandiosi libri che ha scritto, (quasi) tutti nella seconda parte della sua vita, (quasi) tutti - guardacaso - dopo averla conosciuta, (quasi) tutti a lei dedicati. L'ho scoperto non senza una certa meraviglia in un documentario in DVD che mi è capitato di vedere alcuni giorni fa e che racconta con tono a tratti romantico, a tratti cronachistico, un arco di circa due/tre anni della loro vita, tra il 2006 e il 2008, in pratica un piccolo scorcio degli ultimi anni della vita di lui, segnati anche da una malattia che avrebbe potuto portarlo via e che invece la caparbietà di lei lo tenne con noi ancora per un po'.

Lui giornalista, scrittore, comunista, ateo, Premio Nobel, instancabile autografatore, energico viaggiatore, uomo innamorato. Lei giornalista, traduttrice, tenace organizzatrice, caparbia femminista, energica viaggiatrice, donna innamorata. Il documentario li incontra e li ritrae come una coppia affatto straordinaria, passando da lui, che riceve alcuni ragazzi italiani in visita nella sua casa o che prima di scrivere il prossimo capitolo del suo prossimo capolavoro (rigorosamente due pagine al giorno) fa il solitario di Windows; a lei che gestisce la casa, che pensa alla posta, che organizza l'agenda internazionale degli interventi di lui, con tutta la logistica connessa, che sovrintende la costruzione della biblioteca; a entrambi che si confrontano, discutono, si abbracciano, si baciano come un marito e una moglie qualunque, quali in effetti sono, tra la monotonia e la pesantezza di presentazioni di libri, viaggi in aereo, interventi, viaggi in aereo, interviste pubbliche (sempre uguali) in giro per il mondo, e le scene di tranquillità domestica nella loro casa di una Lanzarote dagli straordinari paesaggi lunari.

È bello osservarli nella loro quotidianità. È bello vedere lui. Farlo scendere dall'immaginario piedistallo svedese e restituirlo alla sua umanità, alla fragilità della malattia, al suo essere, in fondo, uno davvero qualunque, a dispetto di essere stato, anzi di essere, forse una delle menti letterarie più fervide e generose e coerenti degli ultimi trent'anni e uno dei Nobel per la Letteratura più universalmente conosciuti e acclamati degli ultimi dieci, forse anche (o soprattutto) grazie a lei.

Lei si chiama Pilar del Rìo. Lui si chiama José Saramago. E se fosse ancora tra noi, oggi compirebbe 89 anni. Auguri.

José e Pilar, di Miguel Gonçalves Mendes (DVD, 125 min.)

lunedì 14 novembre 2011

Decrescita? No, grazie!

Nonostante le argomentazioni e i propositi, che qualsiasi essere umano sano di mente dovrebbe trovare condivisibili, almeno a livello concettuale, la filosofia della decrescita a mio avviso è afflitta da due vizi, uno in qualche modo evitabile, l'altro purtroppo connaturato alla filosofia stessa, che agiscono come attriti profondi alla sua diffusione presso i cittadini del mondo occidentale. Il primo è di ordine puramente rappresentativo e, non tenendo in considerazione il fatto che comunque la società occidentale è una sorta di mediamondo, in cui dunque le idee non possono (più) prescindere dai mezzi di comunicazione con cui vengono diffuse e dalla forma con cui vengono diffuse, il termine "decrescita" è quanto di più deleterio e controproducente ci possa essere.

La gente è superficiale, la gente non approfondisce, la gente è pigra e presuntuosa e dunque si convince sempre di avere capito tutto alla prima impressione. La gente per lo più costruisce le proprie opinioni di un'esistenza intera solo per sentito dire. Dunque quale può essere il destino di una filosofia, che è anche uno stile di vita, imperniata su una parola chiave come "decrescita"? Come convincere la gente anche a interessarsi a una cosa che se ne va in giro a dire come prima cosa che "meno è meglio" (come nell'ultimo libro di Maurizio Pallante, uno dei maggiori promotori italiani del "decrescita felice " e fondatore dell'omonimo Movimento)?

Crescere è un termine che prima di ogni altra cosa l'istinto associa ai processi biologici e normalmente, se le cose vanno per il verso giusto, a meno dunque di circostanze patologiche, la crescita è quello che sempre ci si auspica. Basti pensare ai bambini che se non crescono è un guaio, ma lo stesso succede ai germogli del grano o ai pulcini o ai vitelli. Dunque, per converso, il termine decrescita evoca qualcosa che non funziona, ovvero che non è desiderabile. Perché dunque farlo diventare il termine di riconoscimento rappresentativo del nuovo mondo che vorremmo? Da un punto di vista memetico non potrà mai funzionare.

Ma c'è anche un'ulteriore svista semantica da considerare, nella quale a mio avviso sono inciampati i vari filosofi e promotori di questo ambizioso programma di rinnovamento sociale globale. Ed è il fatto che se senti la necessità di associare alla "decrescita" un aggettivo positivo come "felice" o "serena", confermi implicitamente la negatività della prima e questo messaggio quasi subliminale, nell' immaginario sempre superficiale e un po' rozzo di chi ascolta, non fa altro che acuire per reazione l'attitudine al rifiuto e in questo modo ad allontanare il destinatario anche solo dalla voglia di fare un tentativo per capire qualcosa di più della visione che vi sta dietro, abortendo così fin dal principio la possibilità che vi possa trovare dentro qualcosa di buono e, magari, condivisibile.

Il secondo, quello intrinseco, è di natura mentale, o se vogliamo psicologica, ma ne parliamo - e, almeno per ora, concludiamo - venerdì (che mercoledì ho in programma un'altra cosa).

/continua

sabato 12 novembre 2011

Quando finisce un livore (resign version)

Le dimissioni di Silvio Berlusconi sono appena giunte, ufficiali, e almeno mezza nazione festeggia come in un rarissimo capodanno fuori stagione. Ma che cosa faranno, ora che non c'è più lui? Lui che è stato il loro unico pensiero per tutti questi anni. Lui che è stato il catalizzatore, se non di tutte, almeno di una grandissima parte delle loro energie. Come impiegheranno adesso tutto quel tempo e quelle forze intellettuali ed emotive, che fino a ieri erano riservate a lui?

Il trasloco di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi è cominciato e colonne di auto blu si allontanano alla spicciolata portandosi via i loro vetri scuri, e almeno mezza nazione si sente sospesa, perduta, disoccupata. Come quando concludi un lavoro che ti ha succhiato via l'anima per anni e anni e anni. E poi un giorno ti ritrovi a casa, quel lavoro finito, sai che non dovrai pensarci mai più, e ti guardi allo specchio con la bocca aperta e quella strana sensazione addosso di irrealtà, vibrante dentro una via di mezzo tra una vertigine e un risveglio improvviso da uno strano sogno (incubo?), e non puoi fare a meno di chiederti: «E cosa cazzo faccio adesso?».

A dispetto dei libri che ci scriverà sopra Bruno Vespa, il ricordo di Silvio Berlusconi presto o tardi sbiadirà, e per questo c'è da giurare che i suoi più acerrimi nemici, coloro che l'hanno osteggiato, combattuto, insultato, criticato, avversato con tutti loro stessi, prima o poi si sentiranno privati di qualcosa, se non finiti, distrutti, svuotati. Perché la loro battaglia, una battaglia di quelle proporzioni, combattuta con così tanto ardore e così a lungo, così viscerale, finisce sempre per autoreferenziarsi e diventare prima di ogni altra cosa realizzazione di se stessa.

Il nome di Silvio Berlusconi sparirà dai giornali, un giorno o l'altro, perché anche le più ardite finzioni tricologiche nulla possono contro il vento dell'entropia che rende calvi i teschi. E sarà in quell'esatto momento che, affermano gli studi di settore, nascerà un nuovo mercato formato da tutte quelle migliaia di persone dovranno trovarsi qualcos'altro da fare per occupare i propri pensieri e il proprio tempo libero. A tale proposito in Mediaset starebbero già studiando alcuni kit per la costruzione di televisori in bottiglia («Funzionano davvero!»), e le Bunghine, serie di riproduzioni in scala 1:10, da collezione, di Ruby, Nicole e le altre, precise in ogni dettaglio, in puro silicone anallergico, anche in versione gonfiabile («Mugolano davvero!»). Tutto, naturalmente, in comode uscite settimanali. Dovrà pur integrarla, la pensione da parlamentare, no?

Gli «angeli del fango» hanno ali di terracotta

Tutti i sabati e le domeniche, in tarda mattinata, X si reca all'Istituto Y dove presta, anzi dovrei dire regala, alcune ore del suo tempo. L'Istituto Y è un ricovero per anziani, quindi dentro si trova di tutto. Quelli che trascorrono la giornata a giocare a scopone e la serata davanti alla TV, quelli che non si alzano (più) dal letto e parlano tutto il giorno con il pappagallo, quelli che si ricordano solo di un certo Alzheimer, che è stato loro compagno di banco alle elementari, quelli che non smettono di tremare, ma non è per il freddo, quelli che sbavano, ma non è per il desiderio, quelli che ciondolano, ma non sono bijoux, quelli che urlano perché son sordi e quelli che urlano perché l'ultima volta che qualcuno è venuto a trovarli... che anno era? Sebbene ci sia sempre bisogno di qualcuno con cui fare due chiacchiere, all'Istituto Y c'è bisogno soprattutto di aiutare gli ospiti a mangiare. Ed è quello che X fa ormai da qualche anno.

Se può, si mette in uno dei tavoli vicini alle finestre, con tre o quattro anziani, più o meno sempre gli stessi (a parte Z, che se n'è andato il mese scorso) e li imbocca. A turno. Pulisce loro le labbra e il mento. Soffia sul cucchiaio, se la minestrina fuma. Taglia l'arrosto in pezzetti facili da masticare. E se è il caso, ormai non si fa più problemi neanche a risistemare le dentiere, plof, che cadono nel piatto (anche se per questo, in effetti, c'è voluto un po'). A X piace fare volontariato. Tutti i sabati e le domeniche, nel primo pomeriggio, X esce dall'Istituto Y con una effervescenza nell'anima che non ha mai provato altrove. Deve avere a che fare con quei sorrisi claudicanti e quelle mani che sventolano quando se ne va, chiedendosi - ogni maledetta volta - se sabato prossimo ne mancherà qualcuna. Eppure mai ha pensato di fotografarli, né di farsi immortalare mentre allunga la mano con il cucchiaio verso le labbra protese, figuriamoci mettere poi le foto su Facebook e taggarci gli amici. Mai è venuto in mente a X di girare un video con il telefonino, mentre li imbocca e in sottofondo c'è Mamma Maria dei Ricchi e Poveri, da mettere su You Tube e mostrare a tutti la sua bravura a far posare l'aeroplanino nutritivo.

Gli «angeli del fango» invece no. Cioè, non tutti, per lo meno, o non sempre. A chi infatti in questi giorni ha caricato (e taggato) su blog, Facebook, You Tube eccetera le proprie foto o i propri video in mezzo alla disperata melma genovese e spezzina, sorridente, con la pala in mano, o mostrando a tutto il mondo i suoi stivali di gomma logorati dal lavoro come un trofeo di guerra, vorrei far notare che rischia di essere rimasto vittima dell'onnipresente manipolazione (tentazione?) social-mediatica all'esercizio del protagonismo. Perché, sebbene i media - non c'è dubbio - abbiano surfato alla grande sull'onda emozionale della sciagura e della partecipazione, sollecitando così a loro volta a cavalcarla, e dunque sia anche gran parte colpa loro, l'esibizionismo non si confà al volontariato e l'autosfoggio retorico del sacrificio, pur non togliendo alcunché all'oggettività (comunque fondamentale ed encomiabile) dell'aiuto portato, neutralizza agli occhi degli altri la nobiltà del gesto, in quanto lo espone all'antipatia della presunzione. Anche solo pretesa tale. E in questi casi il confine è tracciato con una matita molto, molto sottile. Al contrario, la gratificazione del volontario si nutre dei sorrisi e degli sguardi, dei silenzi e delle strette di mano. La ricompensa del volontario si accende grazie alla scintilla di anime che entrano in contatto. La felicità del volontario cresce nella consapevolezza di aver alleviato un dolore.

Il resto è (sempre) troppo.

venerdì 11 novembre 2011

Ingredienti per un mondo nuovo (3 di 3)

[Se te la sei persa, la seconda parte la trovi qui]

6. Ridurre
È una società, quella odierna occidentale, che fa del "troppo" la sua cifra esistenziale. Dunque esistono numerosi ambiti in cui è necessario ridurre, ridimensionare, senza che questo significhi vivere da pezzenti. Ridurre i sovraconsumi e il loro impatto sulla biosfera, anche attraverso una moratoria della pubblicità, in maniera da disincentivare la creazione di bisogni inesistenti. Ridurre gli sprechi (perché mai si deve vendere un tubetto di dentifricio dentro una scatola di cartone?). Ridurre il turismo di massa. Ridurre - come già detto - gli orari di lavoro e incentivare la flessibilità dando la possibilità, per esempio, a un operaio che lavora in una fabbrica automobilistica, di fare altro nei periodi in cui la fabbrica non lavora per penuria di domanda. Da questo punto di vista, Latouche sostiene che il sistema interinale può essere un passo nella direzione giusta, anche se il sistema ovviamente va concepito con spirito completamente diverso.

7. Riutilizzare
Il concetto dell'uso e della sostituzione degli oggetti nella società dei consumi ha innumerevoli sfaccettature, ma che si riducono soprattutto al fatto che gli oggetti hanno una vita d'uso molto più breve di quella che potrebbero ragionevolmente avere a causa di quella che Brooks Stevens chiamò obsolescenza pianificata e che in estrema sintesi può essere duplice. Da un lato c'è l'obsolescenza progettuale, ovvero quella in base al quale si costruiscono e si mettono sul mercato degli oggetti che deliberatamente durano poco, hanno una scarsa affidabilità, o si consumano (o si rovinano) in fretta, in modo da costringere gli utenti alla loro frequente sostituzione. Dall'altro c'è l'obsolescenza indotta, ovvero quella realizzata attraverso per lo più la pubblicità e il marketing che instillano nel consumatore il bisogno del rinnovo dell'oggetto proponendone uno che fa il medesimo uso, solo più bello/potente/veloce/ecologico/ecc., anche quando quello che avete già potrebbe andare avanti benissimo ancora per molto, molto tempo.

8. Riciclare
Questo è ovvio, direte voi. Certo. Ma il riciclaggio deve andare oltre la semplice raccolta differenziata dei rifiuti (benché questa non sia ancora diffusa ed entrata nelle mentalità dei cittadini su tutto il territorio come dovrebbe, e prova ne è l'ormai celebre, fantomatico tizio che butta via una bottiglia di vetro o un giornale nel bidone dell'immondizia comune, quando proprio di fianco, a solo un metro di distanza, ci sono i rispettivi contenitori per la raccolta differenziata), ma essere implementata industrialmente nelle macchine, ovvero nella loro progettazione, nei materiali con cui sono costruite, e nella filosofia del loro utilizzo e della loro dismissione una volta esaurito il loro compito.

Ebbene, ciò che è davvero interessante (e bello) di queste regole, è che se da una parte, dal punto di vista pubblico, ovvero politico e sociale, sembrano uscite da un'autentica utopia moderna, dall'altra la maggioranza di esse è di fatto perseguibile anche su piccola scala, localmente, addirittura individualmente. Magari in quest'ultimo caso la loro efficacia potrà risultare di minore impatto di quanto non potrebbe essere se fossero instituzionalizzate ufficialmente nel sistema, eppure sono convinto che, a condizione di essere tanti (e quando dico tanti, intendo TANTI), anche solo l'adozione personale di questi stili di vita può contribuire a cambiare la società in maniera significativa. Ciò che è davvero interessante (e bello) di queste regole, è che fanno piazza pulita di tutti gli alibi che la gente adduce per rimanere nella soffice comodità del lamento e non passare mai all'azione.

/continua (lunedì)

giovedì 10 novembre 2011

Ingredienti per un mondo nuovo (2 di 3)

[Se te la sei persa, la prima parte la trovi qui.]

3. Ristrutturare
È evidente che l'apparato produttivo e i rapporti sociali vanno adeguati alla rivalutazione e alla riconcettualizzazione: questa è la ristrutturazione, sebbene non è detto che essa debba per forza discendere come conseguenza dai primi, bensì può anch'essa concorrere al consolidamento dei primi, come in un processo di retroazione positiva che diventa così circolo virtuoso. Di certo la ristrutturazione implica la fuoriuscita dal capitalismo. Questo tuttavia non deve far pensare che la decrescita sia espressione di una società schierata compatta a sinistra, tant'è che a tutt'oggi tutte le forze di sinistra si esprimono, pur con i loro distinguo, sempre in termini di "crescita-crescita-crescita". A tale proposito infatti, Latouche rivendica il fatto che il programma della decrescita sia "in primo luogo un programma di buon senso" e che "è altrettanto poco condiviso sia a sinistra che a destra". E questo, aggiungo io, dà la misura delle profonde contraddizioni in cui versa la sinistra di oggi. Del resto su questo punto Latouche ha ragione e giustamente approfitta della situazione per smarcare intelligentemente la decrescita dalla diatriba politica. Tuttavia, lo spirito non cambia e, a mio modo di vedere, i valori propugnati dalla decrescita dovrebbero corripondere ai valori classici della sinistra, ancorché traghettati dentro la modernità del XXI secolo. Potete immaginare valori di questo genere promossi da forze - anche moderate - di destra?

4. Ridistribuire
Qui lascio parlare direttamente Latouche, non saprei dirlo meglio. "La ristrutturazione dei rapporti sociali è già ipso facto una ridistribuzione. Questa riguarda la ripartizione delle ricchezze e dell'accesso al patrimonio naturale tanto tra il Nord e il Sud, quanto all'interno di ciascuna società, tra le classi, le generazioni, gli individui. La ridistribuzione avrà un duplice effetto sulla riduzione del consumo. Direttamente, ridimensionando il potere e i mezzi di consumo della 'classe consumatrice mondiale' e in particolare dell'oligarchia dei grandi predatori. Indirettamente, diminuendo lo stimolo al consumo vistoso".


5. Rilocalizzare
È naturale che la decrescita faccia della deglobalizzazione uno dei suoi punti cardinali. Pertanto tutto ciò che è producibile localmente, va prodotto localmente. In quest'ottica gli spostamenti di merci e di capitali vanno ridotti all'indispensabile. C'è davvero bisogno di fragole cilene a Natale o di ninnoli cinesi tutto l'anno? Ma anche la politica, la cultura, l'economia, fino addirittura al senso della vita, "devono ritrovare un ancoraggio territoriale" e le relative decisioni devono essere prese localmente tutte le volte che è possibile. Le Società Mutue per l'Autogestione per esempio sono realtà sociali ed economiche territoriali che vanno esattamente in questa direzione, per questo soluzioni del genere dovrebbero essere promosse e incentivate. Allora da questo punto di vista la decrescita potrebbe addirittura rendere felici i leghisti?

/continua (domani)

mercoledì 9 novembre 2011

Ingredienti per un mondo nuovo (1 di 3)

Ma la decrescita non si ferma alla masturbazione filosofica, non è come i discorsi che puzzano di campagna elettorale tipo «più lavoro per tutti», «bisogna investire nella scuola», «le pensioni non si toccano», «la salute è il bene primario», «città più sicure», «salvaguardare il territorio a tutti i costi», eccetera. Non si ferma al puro distillato della teoria, insomma. E non vuole (né forse può) essere nemmeno demagogia. Perché la decrescita richiede impegno, sia nell'individualità che nella collettività nel perseguimento degli obiettivi che si propone di raggiungere. Si tratta di otto azioni suggerite da Latouche (qui non c'è proprio niente di marziano, anche se ho qualche dubbio sulla provenienza planetaria dello stesso Latouche) necessarie a suo giudizio per mettere in moto un circolo virtuoso di decrescita sociale. Permettetemi per una volta il didascalismo, e lasciate che ve le illustri brevemente (per i dettagli vi rimando alle sue pubblicazioni). Credo sia importante dare loro un'occhiata, se non altro per farsi almeno un'idea di quali siano le direzioni complessive, individuali, sociali, politiche ed economiche che la Filosofia della Decrescita propone di seguire per cercare di innescare un circolo virtuoso che cambi davvero il mondo o almeno che ci provi. Magari per invogliarvi ad approfondire il tema.

1. Rivalutare
Qui si parla di valori e in parte Latouche si riferisce a quanto ho già esposto nei precedenti post. Le scale di valori (ovvero di non-valori) oggi dominanti vanno cambiate, l'immaginario consumistico va demitizzato a favore di una (ri)appropriazione consapevole di valori sociali autentici. "L'altruismo dovrebbe prevalere sull'egoismo, la collaborazione sulla competizione sfrenata, il piacere del tempo libero e l'ethos del gioco sull'ossessione del lavoro l'importanza della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, l'autonomia sull'eteronomia, il gusto della bella opera sull'efficienza produttivistica, il ragionevole sul razionale, il relazionale sul materiale"(1).

2. Riconcettualizzare
È il diretto corollario della rivalutazione. Le coordinate di nuovi valori tracciano una diversa mappa del mondo conosciuto, del mondo auspicato, di cui ci si deve appropriare. La riconcettualizzazione è dunque appannaggio per esempio del binomio ricchezza/povertà o rarità/abbondanza, quest'ultimo "binomio infernale, fondatore dell'immaginario economico, che è necessario descostruire con la massima urgenza"(1). Infatti "l'economia trasforma l'abbondanza naturale in rarità con la creazione artificiale della mancanza e del bisogno attraverso l'appropriazione della natura e la sua mercificazione"(2). Inutile dire che questo è uno dei paradigmi da depotenziare.

(1) Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena (Einaudi)
(2) Paul Dumouchel e J.-P. Dupuy, L'Enfer des choses
[Credit: la foto in alto è la Sad Earth dei Cool Globes fotografata a Chicago nel 2007 da John LeGear]


/continua (domani)

lunedì 7 novembre 2011

Pensieri nei dintorni dell'utopia

Non faccio fatica a riconoscere che vista così, sulla superficie del pelo dell'acqua, distante dalla spiaggia, tutta questa faccenda della Decrescita suona un po' come un'inutile pazzia, come l'imbarcarsi in una lotta contro i giganti, un'impresa folle, persa in partenza, destinata a fallire miseramente nella polvere e nelle lacrime della frustrazione, un'azione buona solo per l'autoreferenzialità che esprime e dunque per la gratificazione psicologica che regala a chi la fa, a prescindere dai risultati finali che può raggiungere. Perché in questo caso il nemico non ha un volto preciso. Non puoi andarlo a prendere di notte, tendergli un'imboscata, nemmeno lanciargli dei pomodori marci quando passa col suo corteo di auto blu, né puoi mettere un cecchino sul tetto, aspettando che esca allo scoperto. Perché in questo caso il nemico è ovunque, è diffuso, frammentato e, per questo, onnipresente. Ma, soprattutto, in questo caso molta parte del nemico è annidata dentro ciascuno di noi e chi è disposto a fare piazza pulita di se stesso, ammettendo dunque così per certi versi di avere fin qui sbagliato?

Eppure, come ho avuto spesso modo di dire, sono convinto che se l'occidente non sarà capace di cambiare il suo modo di intendere il mondo, istruendo così anche l'oriente che con il ritardo di qualche decade sta ormai rincorrendo vertiginosamente lo stesso modello, sarà il mondo che deciderà per l'occidente - ma anche per l'oriente - e li affonderà entrambi nel giro di poche decadi. A quel punto il cambio di visione non sarà più scelto, controllato, programmato, ma imposto dalla casualità e dalla balìa degli eventi, come una tempesta di neve epocale che vi ha colto in cima a un monte, dopo che avete presuntuosamente ignorato l'alzarsi del vento tagliente, l'abbassamento drastico della temperatura e il rannuvolamento cupo del cielo a partire dall'orizzonte delle creste e poi, via via, sempre più sulle vostre teste indifese.

Ma non ci si può aspettare che siano i politici a prendere l'iniziativa. Essi non avranno mai il coraggio di mettersi a cavallo di argomentazioni elettoralmente penalizzanti presso i cittadini come quelle che parlano di cose che hanno a che fare con il concetto di rinuncia. Quindi siete voi a dover cominciare a dimostrare a parole (ovvero parlandone il più possibile) e nei fatti (comportamenti ed esempi), che le nuove istanze sono forti, condivisibili e auspicabili, e che esiste un desiderio autentico di uscire da quello che Cornelius Castoriadis chiama onanismo consumistico televisivo, attuando un nuovo tipo di educazione ecologica a tutto tondo, difendendosi dalla manipolazione aggressiva della pubblicità e rinnovando i valori della quotidianità da quelli del consumo, a quelli della relazione, della convivivalità, della cultura e della creatività.

Questa è la conditio sine qua non, la triangolazione morale necessaria a individuare la rotta e catalizzare l'energia per intraprendere il viaggio verso una società rinnovata. Dopodiché i cambiamenti di paradigma potranno cominciare a essere portati avanti anche a livello politico, economico e sociale. Ma non crediate che, come sempre succede con la politica, ci si fermi agli slogan, belli e suggestivi, ma vuoti e inutili. La filosofia della Decrescita ha individuato una manciata di interventi ben precisi da perseguire. Alla prossima puntata, però.

/continua

giovedì 3 novembre 2011

Tossicodipendenza da tassi

Nella puntata scorsa si parlava da un lato della perversa equazione desiderio = consumo = soldi = lavoro che implica la necessità da parte dei cittadini di adeguarsi a una società iperlavorativa che ha svilito il termine ozio connotandolo negativamente quando invece il suo significato vero
"(derivato dal latino otium) indica un'occupazione principalmente votata alla ricerca intellettuale, attività di fatto riservata alle classi dominanti, ed è contrapposto al concetto di negotium, occuparsi (più per necessità che per scelta) dei propri affari."
(da Wikipedia);
dall'altro della dipendenza dal profitto (ovvero dall'accumulo parossistico di ricchezza) che l'economia di mercato ultraliberista ha sviluppato e consolidato nella prospettiva di chi fa impresa a tutti i livelli, dal piccolo commerciante al grande industriale. Ebbene, sulle prime i due aspetti possono sembrare questioni diverse e separate, almeno nella misura in cui da un lato gli impiegati e gli operai, dall'altro gli imprenditori, si trovano in effetti su sponde opposte di un confine sociale marcato con l'inchiostro delle buste paga. Eppure per come la vedo io, la radice filosofica e psicologica individuale dei due approcci è esattamente la stessa. L'istinto che porta la popolazione a picchiarsi per entrare per prima all'inaugurazione di un nuovo Centro Commerciale, ovvero a sentirsi felice nella soddisfazione di desideri inoculati dalla pubblicità soddisfatti acquistando cose, possibilmente battezzate dall'incentivo di un'offerta speciale, è semplicemente la gratificazione del possesso, ovvero in pratica, ancorché su scale diverse, lo stesso imperativo morale che porta la casta politica e quella imprenditoriale a voler arricchirsi senza misura e a non voler rinunciare ai propri privilegi.

Perché dunque si dovrebbe pretendere da loro quello che non vogliamo fare neanche noi? Lo so, lo sento fin da quassù lo scricchiolio dei vostri nasi che si storcono. Loro (prendiamo in questo caso i politici) sono dei ricchi privilegiati del cazzo, che vanno in pensione dopo pochi anni di lavoro (lavoro per modo di dire) e vivono da nababbi a spese dei contribuenti. Per non parlare di uno come Marchionne il cui stipendio annuale vale lo stipendio annuale di qualche migliaio di operai (dunque se Marchionne rinunciasse al 90% del suo stipendio resterebbe comunque molto ricco e nel contempo potrebbe evitare la cassa integrazione a un'intera fabbrica per un anno). Perché, direte voi (lo sapete che percepisco i vostri pensieri), non cominciano loro a ridursi i loro privilegi, visto che siamo noi quelli che se lo prendono sempre sotto la coda? Vi capisco, il vostro ragionamento non fa una piega. Quello che però mi interessa evidenziare qui, è che la molla psicologica che anima loro e voi è la stessa, perché se voi foste al posto loro (o comunque la maggioranza di coloro che non sono al posto loro) vi comportereste né più né meno come loro. Un po' come ritrovarsi nel bel mezzo di una sorta di intifada della cupidigia.

Per questo nell'ambito della filosofia della decrescita, che poi non è solo una dottrina teorica, bensì anche un programma sociale e politico molto pratico, quello che viene richiesto ai singoli individui a tutti i livelli (sociale, politico, economico) è un salto generale di visione, che deve partire innanzitutto dalla comprensione e dalla consapevolezza che questo non è l'unico mondo possibile, che questo non è il migliore mondo possibile. Ed è proprio questo che intende Serge Latouche quando parla di "decolonizzazione dell'immaginario", ovvero la disintossicazione mentale da quel sistema consolidato (e autorafforzativo e autocelebrativo) di credenze in base alle quali gli individui della società occidentale vengono educati, crescono, vivono e muoiono all'interno di un modello di esistenza non inevitabile, né invero più auspicabile di altri. È dunque una rivoluzione culturale generale quella che prima di ogni altra cosa deve diffondersi come una mutazione positiva, affinché la decrescita possa davvero avere qualche possibilità, una rivoluzione che può partire solo dal diffondersi di una coscienza sociale critica verso se stessa e conduca così le persone innanzitutto al riconoscimento che si può (anche) vivere diversamente da così, senza che questo debba significare per forza peggio di così.

/continua

License

Creative Commons License
I testi di questo sito sono pubblicati sotto Licenza Creative Commons.

Statistiche

Blogsphere

Copyright © Il grande marziano Published By Gooyaabi Templates | Powered By Blogger

Design by Anders Noren | Blogger Theme by NewBloggerThemes.com