martedì 30 novembre 2010

Società a 1 bit

La messa in onda della trasmissione di Fazio e Saviano ha messo in luce un aspetto che già era ben visibile ed esasperato nella società italiana odierna, ma lo ha sottolineato con paradossale ironia, lo ha denudato senza pietà e lo ha svelato per la forma grottesca che ha. Parlo dell'ostinazione tutta italiana per il diritto di replica, la febbre da contraddittorio, la dipendenza da par condicio, il delirio da "voglio anch'io dire la mia, e ne ho tutto il diritto, perché la penso come lui, che ha già parlato, anzi quasi come lui, perché a differenza di lui, che porta i boxer a righe, a me piacciono gli spaghetti al sugo."

Si tratta di un aspetto fortemente sintomatico di una società artificialmente semplificata, binaria, ignorante?, arroccata senza eccezioni su posizioni tagliate con l'accetta e per questo sempre e comunque inconciliabili, in cui o uno è bianco o è nero. Milanista o interista. Comunista o fascista. Guelfo o Ghibellino. Cittadino o immigrato. Laico o cattolico. Imprenditore o sindacalista (no, ehm, questo non vale più). Posizioni che sono solo capaci di scontrarsi e mai di parlarsi (o ascoltarsi), mai di trovare un terreno comune su cui dialogare, di capire che una società può progredire e migliorare solo nell'esercizio del compromesso e del rispetto, ma godono nell'alimentare la propria presuntuosa illusione di onnipotenza fine a se stessa, perché per loro conta più della ragione stessa per cui si schierano.
E chi glielo spiega, a quelli, che invece la realtà avrebbe bisogno di almeno 256 tonalità di grigio? Sono solo 8 miseri bit, come un vecchissimo Intel 8080 del 1974. Glieli vogliamo, almeno quelli, concedere al mondo?

[NB Grazie ad Ale Cava per avermi ispirato il post]

venerdì 26 novembre 2010

La morale in bottiglia

La maggioranza delle volte, se non si è allenati a fare altrimenti, le cose ci transitano davanti agli occhi senza lasciare alcun segno, come piume trasportate da una brezza tiepida che solo per un istante ci sfiorano, denunciando così la loro presenza, ma l'attimo dopo sono già lontane, come se non fossero mai esistite. Cose che viene automatico dare per assodate, come frutto di un'evoluzione naturale, come le stelle, le montagne e i gatti siamesi. Cose che esistono e tanto basta. Frutto di una generazione spontanea su cui non vale neanche la pena porsi domande. Eppure si tratta di cose umane (o marziane) e questo significa che dietro ciascuna di esse c'è stato qualcuno che avrà avuto le sue buone ragioni per farle e proprio in quel modo. Ecco, a me piace spesso cercare di guardarle dal di fuori, queste cose che in qualche modo deviano rispetto a un alveo spontaneo, col mio telescopio, e domandarmi perché diavolo sono così. Il fatto che il più delle volte non sappia darmi una risposta, o almeno una convincente, rende le domande a loro modo assai inquietanti, ma per questo ancora più interessanti.

Una sensazione del genere me la suscitano molte etichette delle acque minerali. Sarà capitato anche a voi, in un ristorante particolarmente pigro nel servizio, di prendere in mano una bottiglia di plastica e leggere. Caratteri fisico-chimici. Sostanze disciolte. Fonte. Imbottigliata da. Numero verde. Da consumarsi preferibilmente entro il. Eccetera. Poi, a volte - non sempre - c'è un'altra indicazione tipica, in genere presente nelle acque oligominerali, che sostanzialmente si manifesta in due varianti. La prima è: "Il Ministero della Salute ha riconosciuto l'acqua Taldeitali ideale come base per la preparazione di alimenti per neonati". E qui siamo ancora nel campo delle informazioni tutto sommato utili. La seconda è invece questa:

L'allattamento al seno è da preferire, nei casi ove ciò non sia possibile, questa acqua minerale può essere utilizzata per la preparazione degli alimenti dei lattanti.

Ora la domanda che mi sorge spontanea come un fungo bellissimo ma velenoso è: perché mai l'etichetta di un'acqua minerale dovrebbe permettersi di dire a una madre che cosa sarebbe meglio che facesse? Non saranno affari suoi e dei suoi capezzoli? Come si può pensare che la presenza di una frase del genere su una bottiglia (di plastica per giunta!) influisca sul comportamento di una mamma nei confronti delle modalità di alimentazione di suo figlio? C'è forse qualche strategia di marketing occulto che mi sta sfuggendo? La bottiglia vuole forse esercitare un senso di colpa nei confronti della mamma che non vuole o non può allattare il suo bimbo, e dunque spingerla ad alleggerire la coscienza con l'utilizzo dell'acqua in questione? O ancora: si tratta di una questione morale? A tale proposito, in un paese come l'Italia, ci si potrebbe chiedere perché non capita (ancora) di leggere:

Scopare senza protezione è da preferire, nei casi ove ciò non sia possibile...

Indovinate un po' sopra che cosa?

mercoledì 24 novembre 2010

Il mio amico Suzuki

In una scuola americana, la maestra presenta alla classe un nuovo compagno arrivato negli USA da pochi giorni: Sakiro Suzuki, figlio di un alto dirigente della Sony. Inizia la lezione e la maestra interpella la classe.
«Adesso facciamo una prova di cultura. Vediamo se conoscete bene la storia americana. Sapete dirmi chi pronunciò la frase: "Datemi la libertà o datemi la morte"?»
La classe tace. Poi è Suzuki ad alzare timidamente la mano.
«Davvero lo sai, Suzuki? Allora su, dillo tu ai tuoi compagni.»
«Fu Patrick Henry nel 1775 a Philadelphia.»
«Molto bene, bravo Suzuki!» La maestra sorride ammirata.
«E chi disse: "Il governo è il popolo, il popolo non deve scomparire nel nulla"?»
Di nuovo silenzio e Suzuki che alza la mano.
«Suzuki?»
«Abraham Lincoln nel 1863 a Washington.»
La maestra stupita si rivolge agli altri: «Ragazzi, vi rendete conto?, Suzuki è giapponese, è appena arrivato nel nostro paese e conosce la nostra storia meglio di voi che ci siete nati. Dovreste vergognarvi!»
Allora si sente emergere una voce bassa bassa, ma non abbastanza da non farsi capire: «Vaffanculo a 'sti bastardi giapponesi!»
La maestra allora si alza indispettita. «Chi l'ha detto?!»
Suzuki alza la mano e, senza attendere alcun cenno da parte dell'insegnante, risponde: «Il generale Mac Arthur nel 1942 presso il Canale di Panama e Lee Iacocca nel 1982 durante la riunione del Consiglio di Amministrazione della General Motors a Detroit.»
La classe ammutolisce, ma subito dopo si sente un'altra voce dal fondo dire: «Mi viene da vomitare...»
«Voglio sapere chi è stato a dire questo!» urla allora la maestra.
Ancora Suzuki risponde al volo: «George Bush Senior rivolgendosi al Primo ministro Giapponese Tanaka durante il pranzo in suo onore nella residenza imperiale a Tokyo nel 1991.»
Allora si sente un altro esclamare scazzato: «Succhiamelo!»
«Adesso basta!» urla inviperita la maestra. «Chi è stato?»
Suzuki risponde imperterrito: «Bill Clinton a Monica Lewinsky nel 1997, a Washington, nello studio ovale della Casa Bianca.»
Stavolta uno studente si alza in piedi e urla: «Suzuki del cazzo!»
«Valentino Rossi rivolgendosi a Ryo al termine del Gran Premio del Giappone nell'aprile 2002.»
La classe esplode in urla di isteria, la maestra sviene.
A quel punto si spalanca la porta ed entra il preside: «Cazzo, non ho mai visto un bordello simile!»
«Silvio Berlusconi, luglio 2008, nella sua villa Certosa in Sardegna.»

[NB: Non è farina del mio sacco. E' una storiella che sta circolando in questi giorni via e-mail. Mi scuso con chi eventualmente l'avesse già letta, ma l'ho trovata divertente e per questo ho voluto condividerla con voi.]

lunedì 22 novembre 2010

E-book sì o no: dilemma vero o presunto?

Se sei tra quelli che, quando qualcuno solleva l'argomento e-book, accartocciano la bocca in una smorfia, scrollano le spalle e se ne escono fuori col solito discorso che non potranno mai fare a meno del profumo della carta, l'aroma della colla, dello scrocchiare della rilegatura, di leccarsi il polpastrello e della possibilità di fare le orecchie alle pagine come atto supremo di libertà, ebbene sappi che diffido di te. Eppure ti capisco e, anzi, ci sono volte in cui mi ritrovo a pensarla proprio come te, e quindi finisco innanzitutto per diffidare di me stesso. Perché se subito dopo ci ragiono con un po' di distacco, mi rendo conto che tutte quelle percezioni sono legate solo a nostalgie sensoriali, a radicate abitudini scambiate per affezioni, a qualcosa che non aggiunge davvero qualcosa al piacere della lettura. Quindi non può essere tutto qui. Che cosa c'è allora?

Nel corso del tempo ho maturato la convinzione che parte della diffidenza soprattutto da parte dei lettori appassionati verso l'e-book, sia legata al fatto che questo oggetto trasmette inquietudine, laddove il libro tradizionale riesce invece a comunicare un confortevole senso di sicurezza. La spiegazione è semplice e corre su due binari paralleli. Innanzitutto il libro, con il suo peso, il suo spessore e - dunque - le sue pagine, tutte presenti in ogni momento, dalla prima all'ultima, rappresenta fisicamente l'esistenza completa di una storia che ci verrà raccontata, come una garanzia che la storia, proprio come una vita intera, è già tutta lì, certa e determinata, e sia per scelta consapevole, sia per errore imperdonabile, il lettore potrà in ogni momento capitare sull'ultima parola e vedere come va a finire, leggere il nome dell'assassino, scoprire se il protagonista ci lascerà la pelle. Questo non accade con l'e-book in cui, pur sapendo (sperando?) che l'intero file è memorizzato dentro un chip sotto forma di esotiche diavolerie atomiche, il lettore potrà sperimentare solo l'esistenza di una pagina per volta. Quello è il suo presente. E dunque con l'e-book il futuro è in ogni momento incerto, legato alla correttezza di quei miliardi di atomi che contribuiscono a creare il file, alla durata della carica della batteria del lettore, alla speranza che d'improvviso qualcosa lì dentro non si scassi. Da questo punto di vista l'e-book possiede attributi di incertezza del tutto assimilabili a quelli della vita reale, e dunque sgradevoli, rispetto al libro che dà invece qualcosa di più e di importante rispetto alla vita stessa, sgravando, almeno per la storia che vuole raccontare, di quelle inquietudini del reale che già affliggono con una pena non trascurabile.

Secondariamente ci sono senza dubbio altri fattori chiave più o meno elettivi nell'inerziale preferenza verso il libro, come la delicata questione della conservazione della cultura letteraria nel corso delle generazioni a venire, o come l'acquisto, ovvero il possesso, di un oggetto fisico, palpabile, collezionabile, o come l'indifferenza nel suo utilizzo. Provate per esempio a pensare che sia estate e vogliate andare alla spiaggia a leggere. A un certo punto, il sole che vi martella sul collo vi fa venire voglia di andare a fare un bagno. Con che leggerezza lascerete l'e-book (e quindi relativo lettore per un valore compreso tra i 150 e i 250 euro) incustodito sull'asciugamano o nella borsa? Se invece avrete un libro tradizionale, lo abbandonerete senza problemi, nella convinzione che se ve lo fregheranno, ve lo potrete sempre ricomprare senza troppi batticuori.

Risulta evidente che i suddetti discorsi, in particolare la prima parte, hanno valore solo quando si parla di narrativa e di poesia. Come la possibilità concessa dall'e-book di portarsi dietro molti libri di narrativa senza aggravio di peso non la riesco a considerare determinante nella preferenza verso il libro elettronico. È per questo che sono convinto che l'e-book sia (e senza dubbio sarà) un formidabile strumento soprattutto in ambito didattico e tecnico. Pensate solo alla possibilità per uno studente di non doversi caricare sulla schiena dieci chilogrammi di carta, tra libri e dizionari assortiti. O per un avvocato potersi portare in udienza codici, raccolte di sentenze e tutte le pubblicazioni che gli interessano. Scaffali e scaffali di carta racchiusi in duecentocinquanta grammi di roba. Stessa cosa per un ingegnere o un geometra in cantiere o in trasferta. Insomma libri di testo, enciclopedie, normative, manualistica tecnica di tutti gli argomenti, nonché la saggistica, che presuppone un coinvolgimento emozionale decisamente basso, troveranno un supporto perfetto nella fredda comodità dell'e-book. E c'è da credere che nel giro di un paio di lustri spariranno del tutto le relative nuove edizioni cartacee. Ma con la narrativa secondo me il percorso non funzionerà altrettanto bene. Al massimo potremo assistere a un affiancamento dei due supporti, come accade ancora adesso per CD ed mp3. A meno naturalmente dell'adozione da parte degli editori e dei distributori di una politica di prezzi talmente aggressiva (che adesso peraltro non si vede) da finire per far preferire comunque ai lettori l'edizione elettronica a fronte del risparmio di parecchi soldi. Quanto poi alla questione del fantomatico e insostituibile profumo di libro nuovo, potete stare certi che quello sarà l'ultimo dei vostri problemi. Hanno già pensato allo spray.

giovedì 18 novembre 2010

La favola del Pifferaio del Paese di Chi Sta (2 di 2)

Poi c'è tutta quella politica che comprende le delibere che il cittadino non percepisce direttamente, o perché non coinvolgono la sua realtà, o perché la coinvolgono senza che lui ne abbia facoltà, oppure se ne accorge, ma hanno su di lui effetti lievi i quali, ancorché negativi, sono come odori leggermente sgradevoli che sulle prime danno fastidio, ma poi ci si abitua in velocità, fino a integrarli nella vita di tutti i giorni senza sofferenza, né difficoltà. Questo aspetto secondo la mia abilità, contribuisce ancor meno del precedente alla formazione dell'opinione dei cittadini del Paese di Chi Sta. Quindi gli attribuirei una percentuale non superiore al 10% in tutta tranquillità.

Il restante, cospicuo 70% è riservato al terzo aspetto della politica da quaqquaraqquà. Quella impastata con le parole e le questioni morali, la retorica da bar e le emozioni da Cinecittà, le dita puntate al cielo e i sofismi, i pulpiti e i palpiti, gli slogan e i talk-show, le dichiarazioni e le smentite, i telegiornali dei burattini e gli anatemi di papà. Tutta questa politica non si basa mai su fatti concreti su cui i cittadini hanno elementi per verificare e dunque giudicare con idoneità, bensì tratta elementi puramente concettuali, sterili e capziosi, in un'unica, ininterrotta singolar tenzone dialettica per lo più vuota e fine a se stessa, come un cappello di falpalà. Ebbene, per cercare di districarsi in questa complessità, l'unica possibilità per il cittadino del Paese di Chi Sta che un'opinione si vuole far, è data dall'approfondimento di quanto affermano i media, attività che può essere svolta solo attraverso un (non semplice, né leggero) continuo lavoro di confronto delle fonti, svolto con lucido disincanto e massima obiettività. Perché è altresì naturale che le fonti dell'informazione non siano mai cristalline nella loro neutralità, ma tendano sempre e comunque a vedere e vagliare i fatti attraverso il filtro della propria mentalità. Ma questo nel naturale andamento delle cose sta. Il confronto tra esse dovrebbe avere per il cittadino proprio lo scopo di vagliare i pro e i contro espressi dai diversi punti di vista per giudicare quale di questi - e in che capacità - corrisponde meglio al suo modo di vedere e sentire questo mondo qua.

Nel Paese di Chi Sta, però, la quasi totalità delle fonti è radicalizzata sugli schieramenti e non fa alcunché per dissimulare l'astrusità, anzi rappresenta in continuazione i fatti della parte che favorisce in maniera protezionistica e dunque fortemente distorta e univoca, al solo fine di confermarne la bontà. Come può dunque destreggiarsi in questo labirinto di alterità un cittadino che vuole farsi un'opinione ragionata senza oscurità? La risposta è semplice e tremenda: impossibilità! I cittadini delle prime due fette (chi sta di qua e chi di là) continueranno a utilizzare i media dei loro propri schieramenti, che li conforteranno oltremodo nei loro bei vestiti di taffetà, mentre agli altri, agli indecisi, non resterà che lasciarsi prendere dagli aspetti maggiormente emotivi delle opinioni e delle possibilità, e farsi condurre da quelli, come una zattera alla deriva verso un orizzonte di altrui arbitrarietà. Così finiranno per dare ascolto all'amplificatore più potente che ci sarà, seguendo con remissività colui che i mezzi per aumentare il volume più in alto avrà.

Insomma, nel Paese di Chi Sta, il più grande Pifferaio solo vincerà.

/fine

mercoledì 17 novembre 2010

La favola del Pifferaio del Paese di Chi Sta (1 di 2)

C'era una volta la società del Paese di Chi Sta, come quattro fette di torta al babà: chi sta qua (e non sopporta chi sta là), chi sta là (e non sopporta chi sta qua), chi né di qua, né di là (perché il qualunquismo va), e chi un po' di qua e un po' di là (che risoluto mai sarà). Ebbene, se per le prime due categorie non c'è granché da fa', perché chi vi appartiene ha maturato una connotazione ideologica fin dal grembo di mammà e, a prescindere da quello che leggerà, vedrà e sentirà, assai difficilmente schieramento cambierà; per le altre due fette di popolazione del Paese di Chi Sta la faccenda assai più complicata e delicata sarà, perché è quella che alla fine pender l'ago della bilancia di qua o di là farà. Così, va da sé che i mezzi di informazione, per queste categorie, rappresenteranno i sistemi cruciali per la formazione dell'opinione di Chi Sta qua. Tuttavia non si intende disquisire qui tanto sull'omertà o la faziosità di un telegiornale che sta di qua, né sull'aggressività o la smaccata propensione alla difesa di uno schieramento a dispetto di ogni evidenza di un quotidiano che sta di là.

Quello che mi preme osservare, riferendomi anche al lungo discorso sulla memetica visto di recente su queste pagine qua, è l'intrinseca difficoltà che un individuo che delle ultime due categorie parte fa, trova quando decide di cercare di formarsi un'opinione personale riguardo la situazione generale del Paese di Chi Sta. Una difficoltà che sfiora l'impresa improba, se non la pura impossibilità. Infatti, nel momento in cui il cittadino medio desidera conoscere i fatti per giudicarli secondo le proprie inclinazioni e la propria sensibilità, può prendere in esame tre aspetti, peraltro non esclusivi, ma complementari, della politica attività.

Il primo è quello dei provvedimenti che il governo ha preso e che sono andati a interessare direttamente la vita del cittadino nella sua intimità. La cosa più immediata, per esempio, è l'abolizione o l'istituzione di qualche tassa da paga'. Oppure qualche condono, o qualche procedura di sgravi fiscali, o l'attuazione o la modifica (in meglio o in peggio) di qualche iter burocratico che agevola od ostacola l'affermazione di determinati diritti per cui protesta'. Ma tutto questo occupa più o meno il 10% della politica del Paese di Chi Sta e comunque - gratta-gratta - non sono esercizi così caratterizzanti, tranne in casi sporadici, l'attività della classe politica che al governo sta. Da sempre, per esempio, nel Paese di Chi Sta le tasse vanno e vengono (più la seconda che fa 'ncazza'), a prescindere di chi sta al potere, e il resto ha quel gusto stucchevole della demagogia e della pubblicità. Questo aspetto contribuisce senza dubbio alla formazione dell'opinione nel Paese di Chi Sta, ma direi in maniera non determinante, azzardo un 20% per sola pietà.

/domani continuerà.

lunedì 15 novembre 2010

Un mondo formato Zelig

«È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene.» Questa è l'espressione ufficiale con cui la Prima sezione penale della Corte di Cassazione, nella sentenza n. 9246/2006 ha definito giurisprudenzialmente il concetto di satira. Ma non c'è bisogno di scomodare la legge per sapere che fin dai tempi di Aristofane la satira ha rappresentato uno strumento forte e cruciale nella critica al potere, nel metterlo alla berlina, nello spogliarlo degli sfarzosi abiti della propaganda e metterlo a nudo per quello che è. E questo vale ancora oggi. Eppure in un'epoca in cui, nonostante tutto, la satira è sempre più presente nei media, televisione in primis, e soprattutto in cui in essa si mescola - e dunque si mimetizza - con la pura comicità, andando dunque ad assumere un più prosaico significato di intrattenimento puro, non riesco a fare a meno di chiedermi: la satira politica fa ancora male?

A giudicare dalla solerzia dei vari tentativi, alcuni riusciti, altri meno, di censurarla, verrebbe da rispondere «sì» senza riserva alcuna. Anzi sembrerebbe forse l'unica attività della libertà di espressione che riesce a dare ancora davvero fastidio al potere. D'altro canto, quando sempre più spesso si assiste alla barzellettizzazione della realtà, ovvero quando così sovente i potenti tentano di imbellettare i loro vizi sorridendo dietro alla simpatia di una pretesa "battuta di spirito", sempre salace, non di rado villana, e quindi usano la comicità (e perciò uno strumento assai vicino alla satira) a loro vantaggio, la questione non mi pare tanto più peregrina. Perché l'assuefazione all'ironia e alla comicità, che tutto sdrammatizza e riduce i fatti a quisquilie, faccende su cui poterci - appunto - ridere sopra, induce a fare questo anche quando si tratta di satira. Dunque è un'assurda stravaganza marziana pensare che l'inflazione (invasione?) di programmi comici, che spesso contengono anche una qualche forma anche blanda di satira, possano costituire una sorta di antidoto omeopatico che viene somministrato goccia a goccia a una popolazione intera, non solo per non farla pensare e addormentarne le capacità intellettuali, ma anche per abituarla al fatto che si può ridere di tutto, anche delle cose per cui in realtà ci si dovrebbe indignare?

giovedì 11 novembre 2010

Quel fragrante profumo di notizia appena sfornata

È curioso notare alcune analogie tra edicole e panetterie, ovvero tra sfilatini e quotidiani. Si preparano entrambi quando il sole non è ancora spuntato. Il giorno dopo sono già stantii e dunque c'è bisogno di rinnovare quotidianamente il prodotto da mettere in vendita. Si vendono per lo più al mattino. Entrambi (per lo meno certe tipologie) possono creare allergie con conseguenze gastro-intestinali che non è il caso di approfondire. Ed entrambi, senza quel buon profumo che si spande per l'aria sopra il marciapiede dirimpetto al loro punto vendita, probabilmente venderebbero la metà. Ma se nelle panetterie, l'esalazione del tipico profumo che scatena l'acquolina è un fatto per lo più di fisica - magari agevolata da qualche opportuno ventilatore -, nel caso dei quotidiani, non c'è dubbio che i diffusori di fragranze informative siano da ricercarsi nell'equivalente moderno degli strilloni, ovvero le loro versioni a bassissimo costo, ancorché statiche e mute, le locandine.

Ebbene, qualche giorno fa mi è capitato di vederne una, in verità non molto dissimile da tantissime altre che spuntano nel corso dell'anno, che però questa volta mi ha portato a riflettere. Recitava così:

[Incidente in moto,
muore commercialista]

Così ho notato che tutte le volte in cui è consentito dalle circostanze, secondo le locandine non è mai un uomo o una donna a morire. Non un essere umano, insomma. Bensì un dentista, un idraulico, uno studente, un cuoco ecc. In altre parole la vittima (ma solo quando è italiana) è quasi sempre descritta al pubblico attraverso la sua professione, come se all'atto della sua morte il lavoro svolto durante la vita diventasse più importante agli occhi del mondo di quanto non fosse durante la sua stessa vita. Perché? Perché non scrivono: Incidente nella notte / muore Mario Rossi (e mi scuso con tutti gli eventuali Mario Rossi, i quali sono autorizzati a toccarsi i gingilli) e amen? La ragione è banale, anche se il meccanismo su cui agisce è lievemente subdolo. Il punto è che ci sono moltissime probabilità che tu - che ti lasci rapire l'attenzione dalla locandina - conosca di persona almeno un commercialista/avvocato/idraulico/medico/dentista ecc. (in questo caso i dentisti vanno per la maggiore, ma anche i commercialisti non scherzano), e facendoti così focalizzare un obiettivo assai ampio e facile da centrare, il tuo istinto finisce per solleticarti con la tentazione di andare a vedere se per caso la vittima è proprio quella che conosci tu.

Così, senza nemmeno accorgertene, ti ritrovi per le mani un chilo di rosette ancora fumanti. E dire che non avevi neanche fame.

martedì 9 novembre 2010

Mollare la tua fidanzata con un SMS dal tuo migliore amico

A esprimere certe considerazioni (chiamarli giudizi è troppo) a volte si può correre qualche rischio. In questo caso alla peggio potrò essere additato come un illuso o un idealista, oppure come uno vecchio stampo, legato a schemi desueti che ormai il modello sociale imperante ha ormai ridotto in cenere. Ma credo di avere le antenne abbastanza robuste per poter correre un simile rischio. E dunque il fatto che ha scatenato in me la considerazione, l'avrete capito dall'immagine, è stato l'improvviso e imprevisto esonero - ieri - di Gian Piero Gasperini dalla panchina del Genoa.

Ebbene, personalmente credo che la maggioranza della volte (sempre?) i modi valgano almeno tanto quanto i fatti, se non di più. Nella fattispecie, per quanto è stato concesso di sapere al pubblico, sono stato subito colto dalla consapevolezza di essermi trovato di fronte a una decisione improvvisa, senza dubbio giunta non solo al termine di una brutta partita, ma probabilmente maturata a fronte di un percorso di dubbi e incertezze cominciato molto tempo prima. D'accordo. Ci sta. Senza contare che un presidente (di una squadra di calcio, come di una qualsiasi società) ha tutto il diritto a fare tutto quello che più gli garba, non fosse altro che i soldi sono i suoi. Quindi non mi voglio occupare dell'eventuale bontà o meno della decisione in sé.

Entro invece nel merito del modo in cui è stata compiuta l'azione. Con l'esonero diretto di un allenatore a quanto ne so molto, molto amato dal suo pubblico e almeno da una gran parte della squadra, di cui era alla guida da un lustro, che nel calcio vale tanto quanto un'era geologica, e che aveva portato la squadra a fare un gioco spesso invidiato in tutta Italia, traguardi unici per una squadra come il Genoa. A fronte di questi trascorsi senza dubbio molto importanti, nessun colloquio chiarificatore. Nessuna richiesta di spiegazioni. Nessun: «Ti do ancora due settimane per risollevarti, in fondo hai l'infermeria che sembra un campo della Croce Rossa alla periferia di Hanoi». Niente. Solo una telefonata liquidatoria, come un fulmine nel deserto, e nemmeno del presidente - che forse non ha avuto il coraggio? - bensì del Direttore Sportivo. Ecco, sottolineando il fatto che il mio giudizio può essere formulato esclusivamente rispetto a quello che i media hanno riportato, interviste ai protagonisti incluse (e quindi potrebbe non corrispondere alla realtà della cose che solo i diretti interessati conoscono), a me sembra un comportamento per cui la società dovrebbe arrossire di vergogna. Ma la faccenda non si ferma qui.

Occhieggiando per forum, Facebook, blog eccetera, ho notato infatti che la stragrande maggioranza dei tifosi (perché immagino che lo siano) ci sono rimasti male, si sono rattristati, sono rimasti choccati, questo sì, ma in pochissimi hanno avuto la sensibilità di stigmatizzare le odiose modalità pubbliche con cui Gasperini è stato silurato. Dei media, naturalmente, nessuno. È naturale, dunque, che mi sia venuto da chiedermi se sono davvero un illuso o un idealista, oppure uno vecchio stampo, o ancora un pazzo moralista. Se il mondo del calcio può fungere (?) da specchio della società, allora l'impressione è che questa abbia davvero consumato del tutto il valore dei gesti e la sensibilità per essi, a beneficio solo dei fatti e dei risultati. Nel caso non credo proprio di essere io a scoprirlo. Però almeno dovrebbe smetterla di vantarsene.

lunedì 8 novembre 2010

L'amore, la carne, l'inferno

Questo non è un libro. E non è nemmeno un romanzo. Dunque non è il racconto di una storia, vera, verosimile o presunta tale.
Questa è un'esperienza.
E se questo è quello che si vorrebbe da ogni lettura degna di questo nome, il lettore abituale sa che all'atto pratico questo non si verifica poi così sovente. Così, quando capita di imbattersi nel libro che fa vibrare le corde giuste, è piacevole lasciarsi andare a una specie di sensazione estatica, come di avere avuto il privilegio di aver assistito a un piccolo, inaspettato miracolo dell'arte letteraria. Ebbene, nel caso di quest'opera ciò è evidente fin da subito, perché Sangue di cane di Veronica Tomassini, primo titolo del neonato Laurana Editore, è qualcosa di potente come raramente accade di pescare in giro per gli scaffali, anzi, oserei dire di prepotente, perché per quanto tu tenti di opporre resistenza, lui ti prende (e non per mano, bensì per la gola, lo stomaco e il cuore) e ti trascina giù nei suoi abissi oscuri e ti costringe a viverli fino in fondo con la stessa disperazione dei suoi protagonisti.

Due persone. Un uomo e una donna. Due popoli. Italiani e polacchi. Una città. Siracusa. E un Amore. Il loro. Anzi il suo. Quello di lei. Talmente incondizionato, supremo, sconfinato, essenziale e indispensabile da sopravvivere allo sgomento di un viaggio negli inferi della vodka, della prostituzione, del vagabondaggio, del disadattamento alla vita, come una malattia cronica - o addirittura genetica - di un essere umano, ma forse anche di un intero popolo, che nelle quotidiane difficoltà di un'immigrazione più subìta che scelta, è incapace di percorrere la strada della normalità per più di qualche giorno.

Ma quello che più d'ogni altra cosa colpisce dell'esordio nella narrativa della Tomassini e rende questo libro un piccolo gioiello letterario, è lo stile: forte e intenso, a tratti lirico, in altri momenti crudo e selvaggio, sempre assolutamente in sintonia con la vicenda che racconta, come una canzone hard-rock che non abbassa mai il volume e ti stordisce e ti trascina con sé, col suo ritmo forsennato, i suoi bassi che ti fanno rimbombare il cuore, il suo timbro sporco e le sue parole che ti succhiano via il sangue. Tra imprevisti squarci di luce e rovinose cadute nella melma, la Tomassini ci parla di una donna che insegue eroicamente (follemente?), per lei e il suo amore senza fine, una vita normale nella ricorrente metafora della casa, unico rifugio possibile per i corpi, ma anche per le anime, cercando di sfuggire alla persecuzione di un presente errante dai denti aguzzi e avvelenati, che sanno di vodka e sembrano non voler dare loro scampo alcuno. E per questo è disposta ad affrontare tutto, compresa la disperazione più totale, e a sfidare tutti, compresi i radicati pregiudizi di una terra intera e gli autorevoli biasimi di una famiglia per bene.

A rendere ancora più forte l'impatto emotivo sul lettore, è il punto di vista della narrazione, proprio quello della protagonista, perfetto per dipingere tutta l'intensità dell'esperienza soggettiva, come una memoria vivida, e dunque con le stesse modalità del ricordo che non sempre segue la linearità del tempo, ma che ha presente in ogni istante (e per questo a ogni parola lo restituisce) la furia e la vivacità dell'intero quadro d'insieme. Questo - va detto - a volte penalizza un po' la comprensione alla prima lettura, soprattutto nelle prime pagine, ma queste sono solo le sue mani che vi stanno prendendo per il bavero e stanno portandovi là sotto con lei. Quindi lasciateglielo fare, non ve ne pentirete.

L'incipit:
Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento, Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue. Io invece avevo prurito ovunque, dietro la nuca soprattutto. "C'hai la rogna", mi diceva Tano, il pescatore, l'amico di Ivona. Ma Ivona stava con Marcin e Marcin stava morendo perché cagava sangue.
Io stavo con Slawek, Slawek Raczinski di Radom, Polonia. Mi ci portò Slawek in quel posto di merda, una casa a due piani, zona residenziale, bordello con mignotte dell'est, cuscini a forma di cuore, camere personalizzate, condom personalizzati, fellatio personalizzate. I pidocchi li presi prima comunque.
Ero una ragazzina nei modi, e forse anche una donna. Perché avevo ventidue anni. Statura media, carina, sguardo acquoso, gambe fragilina, magre troppo magre, taglia seconda di reggiseno. Capelli lunghi. Scuri. Graziosi. Italiana. Di Siracusa.
Stavo con un polacco di nome Slawek, professione: semaforista.
Per saperne di più:
>Breve storia sulla "travagliata" pubblicazione del libro, su Vibrisse di Giulio Mozzi.
>Bellissima recensione di Francesca Matteoni con un altro estratto del libro, su Nazione Indiana.

Sangue di cane, di Veronica Tomassini (Laurana Editore)

venerdì 5 novembre 2010

Per una vaccinazione della mente

.La necessità della resistenza
Come ho già avuto modo di dire, ci tengo a sottolineare ancora una volta che i memi non sono "il male". I memi sono compagni di viaggio necessari agli esseri intelligenti per relazionarsi con la realtà, mattoni che costruiscono la mente, i pensieri, i comportamenti, che contribuiscono a fare di ciascun individuo quello che è. Da questo punto di vista non si può fare a meno di loro, come non si può fare a meno dei geni, che regolano tutte le funzioni del corpo. È solo che i memi, a volte, per la loro natura e attraverso le tecniche cui ho accennato, possono conquistare regioni del vostro cervello senza il vostro consenso, e altrettante volte per scopi non esattamente nobili. Che sia pubblicità, religione, politica o altro, è comunque qui che comincia il condizionamento, perché questi memi finiscono per dire che cosa pensare, che cosa fare e come farlo. E in un’epoca come questa, in cui è costante il bombardamento di informazioni/opinioni di tutti i tipi, che cercano di piantare la loro bandierina memetica sulla superficie della vostra corteccia cerebrale attraverso strategie sempre più perfezionate e veicoli sempre più efficaci, la consapevolezza dei memi, della loro natura e delle loro regole, può aiutare a capire e a fornire gli strumenti per distinguere e difendersi, cercando di arginare il loro strapotere e di sviluppare adeguati vaccini mentali per tutti quei memi dai quali non si desidera essere contagiati.

.La relatività della verità
Dopodiché è necessario sviluppare una serena coscienza di quali sono i memi con cui si vuole essere programmati. Il concetto di “scelta” già di per sé consente di far escludere un’azione di condizionamento mentale arbitrario. Così, non esistono memi intrinsecamente buoni o cattivi, veri o falsi, ma solo quelli da cui ci si vuol far contagiare e quelli da cui si vuole stare alla larga. Come dice Alfred North Whitehead, "tutte le verità sono solo mezze verità" e un primo errore di cui la memetica afferma essere necessario disfarsi, è proprio quello di credere nell’assoluta verità di molti memi. Mettere in discussione tutto, quello che si pensa, quello in cui si crede, quello che si legge, che si vede e che si ascolta, le scelte e i comportamenti: tutto questo è importante, al fine di capire (e scegliere) quali devono essere i memi che devono guidare pensieri e azioni. Secondo Richard Brodie uno dei migliori modi per cancellare dalla propria mente la programmazione dei memi indesiderati è la pratica dello Zen, per il semplice fatto che aiuta a prendere una consapevolezza distaccata di se stessi e a guardare alle cose da prospettive diverse, mostrando sotto un’altra prospettiva concetti che altrimenti si tende a dare per scontati. Ma anche se pensate che lo Zen non fa per voi, forse i memi contenuti in questa serie di post si sono già fatti strada nella vostra mente. In questo caso potreste essere sulla strada giusta. L’importante, in ogni caso, è che voi li abbiate scelti.

/fine

mercoledì 3 novembre 2010

Ri-programmandoti l'anima

.Repetita iuvant?
Abbiamo familiarizzato su che cosa sono i memi e su che cosa fanno leva. Ma come fanno a occupare la vostra mente, mettersi comodi e non lasciarvi mai più? Ebbene, il primo modo e forse il più comune, è la ripetizione. Fin dall’infanzia vi vengono ripetute cose che sono entrate nella vostra testa e lì sono diventate "io". Vi hanno plasmato, vi hanno forgiato, vi hanno programmato al punto che spesso non siete neppure in grado di mettere in discussione quello che vi è stato ripetuto, anzi nemmeno ve ne siete mai resi conto. Sono cose che diventano parte di voi e nel contempo voi diventate automi al loro servizio. La distinzione spesso è impossibile a farsi. Le opinioni religiose sono l’esempio più calzante. Il catechismo ripete continuamente gli stessi concetti. Per anni ascoltate i medesimi riti nei quali vengono pronunciate le stesse cose infinite volte, spesso ossessivamente. E benché la ragione non c’entri un bel niente con esse, complici i meccanismi di cui abbiamo parlato prima, tradizione, evangelizzazione, senso di appartenenza e paura del pericolo, alla fine prendono residenza stabile nel vostro cervello. Ma anche le più basilari tecniche di insegnamento si basano sul concetto di ripetizione. A furia di ribadire un concetto, quello finirà nella vostra testa. Tanto la fede in una religione, come le province di una regione non nascono spontaneamente nel vostro cervello, sono memi che vi vengono ripetuti e con i quali venite “impostati”. Se il processo ha uno scopo vantaggioso e produttivo per la persona si chiama educazione, altrimenti si può chiamare plagio. Il problema sta nel discernimento dei memi che servono al buon fine dell'esistenza e ai quali siete voi, consapevolmente, ad aprire la porta della vostra mente, da quelli che invece condizionano la vostra vita e i vostri pensieri in maniera subdola e negativa, senza che voi ve ne accorgiate. La differenza a volte può essere sottile, ma esiste. E, per lo meno in taluni ambiti, può fare la differenza tra libertà e asservimento.

.Come prenderti per il verso giusto
Anche la pubblicità si basa sul metodo della ripetizione, con lo scopo di far penetrare nel cervello dei memi-associazione. Gli spot dei gelati, prodotti tipicamente estivi, vengono sovente associati a situazioni piacevoli: giovani, spiagge, divertimento, frescura, per non parlare di corpi ostentati, in cui il richiamo dell’istinto-sesso è palese. Si crea così un condizionamento (meno ovvio di quanto sembri), per il quale il vostro cervello verrà istintivamente orientato ad avere una sensazione positiva riguardo a un prodotto piuttosto che a un altro. Questo potrà valere molto, soprattutto nel momento in cui dovrete scegliere tra due prodotti analoghi di marche diverse, oppure quando vi imbatterete nell’immagine del gelato sull’espositore davanti al bar che vi farà venire voglia... Più spesso di quanto si creda, i meccanismi pubblicitari non agiscono a livello conscio ed è tanto più facile essere preda, quanto più si è inconsapevoli del loro potere e delle leve istintive su cui vanno ad agire. Un’altra tecnica di condizionamento è quella che viene chiamata dissonanza cognitiva. In pratica si tratta di creare ad hoc una sensazione di disagio che viene poi allentata ad arte, causando così una sensazione di maggior benessere. Questo è tipico, per esempio, delle tecniche di vendita in cui viene prospettata un’offerta irripetibile che però dev’essere colta entro una determinata scadenza o, più enigmaticamente, "fino a esaurimento scorte". Se il prodotto già vi allettava, l’ultimatum vi mette in una condizione di conflitto che potete risolvere solo comprando o scappando. Ma comprando, il benessere che ne ricavate sarà maggiore, perché andandovene, il meme: "se non compro subito o entro il... perderò un’occasione unica", si sarà conquistato una parte del vostro cervello e vi perseguiterà. Così la dissonanza cognitiva è una sorta di trampolino mentale. Prima vi fa andare giù, proponendovi un conflitto o un problema fittizio, poi vi prospetta la soluzione (nella direzione voluta da chi ve l’ha prospettata) la quale vi fa spiccare un volo più alto, ovvero provare un benessere ancora maggiore, perché lo scioglimento della dissonanza vi fa credere di avere ottenuto una sorta di ricompensa speciale. E il meme è tanto più forte quanto più è rara la ricompensa.

.Che cosa c'è dentro al cavallo?
Qualcosa di simile accade con i voti scolastici. In linea teorica, un insegnante severo che concede buoni voti con maggiore difficoltà, in media ottiene di più dai suoi alunni perché la dissonanza cognitiva creata nelle menti degli studenti è più forte e il benessere percepito dal ricevere una buona votazione gratifica (e quindi stimola) maggiormente gli allievi. Far prestare una grande attenzione a un meme per poi passarne subdolamente degli altri, è invece la base della tecnica del cosiddetto cavallo di Troia. In ambito pubblicitario il sesso è il cavallo di Troia per eccellenza, perché - come s'è visto - non esiste un istinto più intenso che un meme possa andare a sollecitare. Basta provare a fare un censimento delle pubblicità nelle quali sono contenuti messaggi sessuali palesi o sottintesi (lo scivolamento pseudoaccidentale della telecamera su un'inquadratura gluteica è sufficiente), anche - e oserei dire soprattutto - relativamente a prodotti che non hanno niente a che fare con sesso, corpi, scollature, pelle o fondoschiena. In alternativa potete fare la conta di quante volte le copertine dei settimanali più popolari contengono richiami sessuali più o meno espliciti. Ma i cavalli di Troia possono essere assai più subdoli. Un esempio è quello degli slogan. Se si mettono in sequenza dei memi che partono da alcuni concetti assolutamente credibili e condivisibili, e vanno a parare su concetti più discutibili, è molto facile che il soggetto sia molto più propenso a condividere anche gli ultimi memi più opinabili. I politici usano spesso tecniche di questo genere. È tipico il caso dei concetti di libertà e democrazia. Spesso nei loro discorsi, i politici usano a piene mani questi concetti generici, che nessuno può obiettivamente mettere in discussione, per cercare di diffondere altri memi, molto più discutibili, come per esempio concetti che discreditano gli avversari o idee del tutto personali sui programmi di governo.

.What a feeling!
Anche fare domande opportune, è una tecnica di cavallo di Troia, e non a caso molti tipi di vendite vengono preparate attraverso la proposta di sondaggi o questionari. I venditori sono molto esperti nel suggerire quali potrebbero essere gli utilizzi migliori del loro prodotto e state certi che chiederanno, direttamente o meno, la vostra approvazione. E ogni volta in cui gliela concederete, le probabilità del vostro acquisto aumenteranno sempre di più. Sembra impossibile, ma anche copiare fisicamente il comportamento dell’interlocutore è un metodo per fare breccia nella sua mente. Se viene insegnato nei seminari di vendita, significa che funziona, e funziona perché va a formare inconsciamente una sorta di empatia con l’interlocutore, un legame istintivo che crea, senza che ce ne accorgiamo, un sentimento di fiducia che ci predispone meglio ad accogliere le istanze dell’altro, siano essi prodotti da comprare, opinioni o avances. Anche in questo caso il condizionamento è inconsapevole. Va detto altresì che le tecniche di condizionamento mentale di cui abbiamo parlato possono essere utilizzate in maniera composita e, in pratica, le cose possono essere assai più complesse di così. A questo punto siete ancora sicuri di essere davvero liberi?

/continua

martedì 2 novembre 2010

Giocare a Risiko col tuo cervello

.Le armi
Come abbiamo visto nei post precedenti, in fin dei conti il meme agisce in modo piuttosto semplice: esercita la sua pressione sugli istinti primordiali che abbiamo visto: pericolo, cibo e sesso. Sono questi i concetti cui la mente presta maggiore attenzione ed è proprio l'attenzione la porta che il meme vuole abbattere per fare irruzione nella vostra mente e conquistarla. Ma l'evoluzione degli istinti non si è fermata qui e, nel corso dei secoli l'uomo ha sviluppato e consolidato pulsioni secondarie legate alle prime. Il senso di appartenenza a un gruppo, per esempio, è un concetto favorevole alla radicazione di un meme perché l'appartenenza a un gruppo implica maggiore sicurezza, maggior possibilità di cibo e più facilità di accoppiamento. La distinzione personale è un secondo istinto piuttosto forte per i memi, perché un individuo dotato di maggior abilità tende a essere un partner potenziale più appetibile, essendo più capace a garantire cibo o evitare i pericoli. Avere cura dei propri simili e in particolare dei bambini è un'altra inclinazione primordiale fondamentale, legata alla protezione della prole, ovvero dei propri geni trasmessi alla generazione successiva. I memi usano anche questo istinto per farsi concedere i favori della vostra mente, come pure quello legato al senso di approvazione. Sentirsi approvati dagli altri all’interno della propria comunità è un istinto legato a maggiori possibilità di accoppiamento. Obbedire all'autorità, infine, garantisce maggiori possibilità di sopravvivenza, piuttosto che combatterla, da questo punto di vista c'è da aspettarsi che sia un veicolo memetico piuttosto importante. Nel complesso, molte delle strategie che fanno maggiormente presa sulle persone sono legate a uno di questi istinti o a una combinazione di essi.

.La strategia
Perché, per esempio, coloro che chiedono l'elemosina in compagnia di cuccioli o si mettono all'uscita di bar o paninoteche, hanno più successo di quelli che si mettono semplicemente a un incrocio? Semplice. La presenza di cuccioli solletica il nostro istinto primordiale di avere cura, mentre chiederci soldi per mangiare quando è evidente che ci siamo appena fatti un panino, stimola il nostro senso di colpa andando a collidere contro il nostro senso di approvazione. Così, se ci comportiamo assecondando questi istinti, la sensazione che ne trarremo sarà piacevole, altrimenti la sensazione sarà negativa. In questo modo, i memi che riescono a solleticare questi istinti sono buoni memi, nell'accezione che abbiamo già visto, ovvero capaci di farsi strada nelle vostre menti e replicarsi, passare di mente in mente ed evolvere. Bisogna poi osservare a questo punto che i memi migliori sono quelli che possiedono in se stessi il concetto di autoreplicazione, ovvero quelli legati all'idea di tradizione o di evangelizzazione in senso lato, che di per sé già impongono di essere trasmessi. Da questo punto di vista i memi religiosi sono tra i più potenti. Altri memi particolarmente efficaci sono i memi estremisti, ovvero quelli legati a concezioni di fede assoluta o di scetticismo totale. Benché sembrino due concetti diversi, dal punto di vista memetico sono in realtà facce di una stessa medaglia, in cui, assumendo un significato assoluto, il meme viene inteso come verità incontrovertibile in senso positivo o negativo. Ma il risultato è analogo. Le menti programmate con questi memi sono refrattarie a recepire nuovi memi e questo le rende entrambe ottuse. Con buona pace di credenti e atei.

/continua